Atti di convegni

Enrichetta Giannetti
RELAZIONI SOCIALI E COMPITI DI SVILUPPO NEL RAPPORTO INDIVIDUO – CULTURA – SOCIETA’ - IDENTITA’ REGOLE AUTONOMIA
quali strategie per prevenire le prepotenze e promuovere una cultura del rispetto
Tre incontri per genitori e insegnanti
Maggio 2001 - Centro di Documentazione Educativa del Comune di Bagno a Ripoli

3 / 3° incontro

INDICE


3° incontro

Viene distribuita la fotocopia (ALLEGATO 5) di una pagina tratta dal volume Intelligenza emotiva di Daniel Goleman.

Buonasera a tutti e ben ritrovati. Riprendo questo incontro con una osservazione fatta, la volta precedente, da una persona fra voi a proposito dell’importanza della scuola: anche io credo molto nella scuola anche se non in tutte le situazioni scolastiche si fa un lavoro di qualità; così come succede in qualunque altro settore della nostra vita, ci sono situazioni di elevata qualità, alcune di buona, alcune di mediocre, altre ancora di scarsa qualità. Ho sottolineato quello che nella scuola può essere fatto, lasciando intendere che in molte situazioni scolastiche si realizzano esperienze particolarmente formative; è evidente che non è dappertutto così ma, in questo momento, mi preme di più sottolineare l'aspetto positivo, la forza pervasiva di certe esperienze e lasciare in disparte, invece, altre situazioni.

Ora pensiamo un momento a spostare la stessa considerazione nell’ambito familiare. Poniamoci da un punto di vista più astratto possibile e cerchiamo di guardare con la stessa lente la qualità della relazione comunicativa in famiglia: ci saranno contesti familiari nei quali ci si domanda come costruire al meglio un rapporto amorevole, fiducioso, costruttivo con i propri figli, mettendosi di volta in volta in discussione; riflettendo sulle proprie sensazioni, emozioni e pensieri e regolandosi di conseguenza. Ci saranno invece famiglie dove questo non si fa, o solo qualche volta, dove ci si lascia travolgere da altri aspetti della vita che molte volte sottraggono spazio ai figli.

Le emozioni e la regolazione delle emozioni passano ovunque ci sia una relazione con gli altri, in particolar modo con i ragazzi. Proprio nell’ambito della famiglia e della scuola e intorno al riconoscimento e alla regolazione delle emozioni è stato realizzato il curriculum più efficace che sia stato sperimentato per prevenire il fenomeno delle prepotenze e fare un intervento ad ampio raggio; perché lavorare su “emozioni e empatia” non è utile solo a prevenire le prepotenze a scuola, ma è utile allo viluppo di una migliore capacità di adattamento alle nostre esigenze e a quella degli ambiti in cui ci troviamo a crescere.

C’è una tradizione molto diffusa, profondamente radicata nella nostra cultura, secondo la quale il nostro comportamento può passare attraverso la mente, la ragione, il raziocinio, oppure, viceversa, attraverso il cuore, l’addome, altre nostre parti che ci spingono ad agire in maniera diversa.

Prendiamo anche in considerazione altre idee che sono circolate, anche fra persone di elevati livelli culturali: le emozioni fanno male, mettono a rischio il sistema cardio-circolatorio; è bene evitare le emozioni perché possono produrre una serie di squilibri chimici e ormonali che mettono sotto stress non solo il nostro comportamento ma anche le nostre menti

In questi ultimi anni si assiste invece ad una collaborazione molto intensa fra psicologi, sperimentatori e medici, perché si è visto che le emozioni fanno bene e il problema, dal punto di vista organico e fisico, cioè in una prospettiva biopsicosociale, è quello della autoregolazione. Stanno sperimentando dei pacchetti di training, cioè di formazione, di insegnamento, con pazienti ipertesi cronici, perchè imparino a convivere più serenamente con le proprie emozioni.

Siamo capaci di modulare le nostre emozioni con sfumature anche di differenza molto lieve e pensare che a fronte di un vocabolario così ricco di parole che indicano ciascuna una pennellata, lievemente diversa di colore nello stesso tipo di colorazione, ci sono persone che non trovano le parole per denominarle; non solo per raccontarle ad altri, ma, addirittura, per dirle a se stessi.

Quindi la prima cosa da insegnare a queste persone è la parola specifica che indica una certa emozione, in modo da poterla etichettare.

Un’ulteriore osservazione è relativa ad una differenza di genere, profondamente segnata da valori culturali di origine remota, che forse hanno origine da differenze biologiche che, all’inizio della storia della specie umana, avevano un significato, oggi meno: per la mentalità del maschio l’espressione delle emozioni costituisce un problema.

Differenze culturali notevoli tra popolazioni diverse e, talvolta, anche all’interno degli stessi gruppi, segnano la disponibilità ad esternare le proprie emozioni.

Da una parte, però, le differenze culturali si consolidano a partire dalle prime relazioni familiari: è un po’ diverso rendersi conto che le emozioni, i sentimenti esistono, li sperimentiamo di continuo, è possibile parlarne, in vari modi, con vari tipi di linguaggio in alcuni ambiti, mentre è sconsigliabile farlo in altri; ma questo è ben diverso dal non saperlo fare.

Vi ricordate, per chi era presente all’altro incontro, di quando abbiamo iniziato ad indagare sul profilo psicologico dei prepotenti, abbiamo visto che, spesso questi sono maschi, con attitudine a usare prevalentemente le modalità dirette rispetto a quelle indirette, che sono, invece, usate maggiormente dalle femmine. Sembrano avere famiglie che, anche inconsapevolmente, incoraggiano i loro atteggiamenti. Le vittime invece hanno famiglie molto protettive, che stimolano poco all’autonomia. In entrami i casi c'è una scarsa capacità di riconoscere le emozioni, ovvero una scarsa “intelligenza emotiva”, che si trasforma in mancanza di intelligenza sociale, intesa come incapacità di stare bene con gli altri. Il prepotente e la vittima, ma anche tante altre persone che soffrono di forme di disadattamento sociale, sono caratterizzati da questa particolare mancanza.

La domanda che io vi propongo è: in tutta sincerità, cosa facciamo concretamente rispetto a questi compiti?

La dottoressa Giannetti invita a prendere in esame la fotocopia distribuita all’inizio dell’incontro e a commentare insieme i vari punti.

Il rimandare la gratificazione è il primo compito di sviluppo di un bambino, ma è evidente che da solo non ce la può fare. Deve quindi essere fortemente guidato e contenuto, insegnandogli che non può avere tutto e subito. Quindi si deve agire sia sul piano psicologico che sul piano sociologico nell’obbiettivo di insegnare fin dai primi momenti di vita del bambino la capacità di spostare nel tempo la soddisfazione del bisogno. Il problema è che oggi, nel nostro mondo, strati sempre più ampi di popolazione non sanno mettere in atto questo comportamento perché consumano indiscriminatamente, bruciano risorse, si danno anche all’effimero.

Ma questa è una lettura di tipo sociologico; sul piano psicologico, dobbiamo tenere presente un aspetto particolare: spesso noi stessi siamo, del tutto inconsapevolmente, veicolo di stati d’animo, di coloriture emotive particolari, anche se razionalmente vorremmo esprimere l’opposto. Il bambino, anche se molto piccolo, anche se non riesce a capire, riesce, però a "sentire". Il risultato è che in quel momento non “passa” quello che si sta spiegando a parole, bensì quello che il bambino sente.

L’adulto in questo lavoro sulle emozioni è impacciato, perché manca di consuetudine: il parlare delle proprie emozioni è considerato talmente intimo che spesso non ne parla neanche con se stesso. Inoltre, di fronte ad un bisogno, alla necessità di ricevere soddisfazione, ci sono certamente persone capaci di tenere presente i passi necessari, la strada da seguire, ma ci sono adulti che, pur di ottenere subito tutto, di evitare qualche sacrificio, di fuggire una frustrazione, sono capaci di trovare tutte le scorciatoie possibili.

Intervento :Le porto un mio caso personale: ho un grande blocco emotivo quando mi trovo in un contesto sociale, alle prese con persone che avverto come prevaricatrici.

La mia educazione, cultura, o la mia mentalità mi bloccano nel reagire come in quel momento dovrei, o come sarebbe liberatorio, anche per rimettere a posto quella persona. Non mi riesce e non riesco a parlare con calma, così devo fare uno sforzo grandissimo per incanalare l’emozione.

Giannetti La ringrazio molto per questo suo intervento, intanto perché riesce a dire qualcosa di sé, di quello che le riesce e di quello che non le riesce fare, ma soprattutto perché mi offre la possibilità di introdurre un altro tema: quello della autoregolazione delle emozioni.

Questo aspetto non lo si impara ad affrontare in poco tempo, semplicemente imparando a parlarne e addirittura a riderne, ma ci vuole molto di più. Per esempio bisognerebbe cominciare ad immaginare quante modalità alternative tra loro ci potrebbero essere per fronteggiare specifiche situazioni sociali, perché molto spesso, come l’intervento di poco fa ha fatto notare, le nostre situazioni emotive sono in relazione agli altri ed è proprio nei loro confronti che si iniziano a sperimentare le emozioni e la loro susseguente autoregolazione - pensate ad un neonato che strilla per la fame: alla emozione terribile di grave carenza e al seno materno che rappresenta la soddisfazione del suo bisogno con lo sguardo, con la parola, oltre che con il latte –

Per tornare all’esempio portato con l’ultimo intervento, all’osservazione di chi non si riesce in quel momento a mettersi allo stesso livello dell’interlocutore, a rispondere per le rime: senza analizzare troppo per il sottile quanto ci venga dalla nostra cultura, quanto dalla nostra personalità, il problema è capire quanti modi diversi ci potrebbero essere per fronteggiare la situazione.

E’ questo un aspetto dell’intelligenza emotiva: immaginare e sperimentare modalità differenti.

Tutto quello che stiamo dicendo ruota intorno ad un concetto che sta dentro l’autoregolazione: quello dell'autostima e autoefficacia, ovvero io mi sento efficace, capace di affrontare le cose; se sono capace di fare questo e anche di collocare nella loro più consona posizione le situazioni, ho stima di me stesso. È come avere a disposizione una copertura più ampia; una forma di autoregolazione attiva; cominciamo a mettere insieme questi tasselli dell'autostima e dell'autoefficacia, la capacità di mettersi in relazione con gli altri valutando alternative diverse. La promozione della cultura del rispetto si fa prima di tutto per se stessi e, di conseguenza, anche per gli altri.

Intervento: La mia bambina a volte è molto impulsiva con tutti gli altri bambini, arrabbiandosi e diventando nervosa. Le devo insegnare a tirare fuori questa rabbia o a reprimerla?

Giannetti: Abbiamo detto che l’impulsività fa male, ed è molto importante riuscire a riconoscere le nostre emozioni, poterle esprimere, poterne parlare, poterle affrontare, anziché reprimerle o buttarle fuori in maniera impulsiva, senza autoregolazione. Fa male anche a livelli di età successivi, perché l’adolescente o il giovane che si comporta in questo modo, capite in quale situazione di rischio, a volte estremo, si può mettere.

Intervento: Ma come posso aiutarla a liberarsi dall’impulsività?

Giannetti: Se si tratta di un problema di scarsa capacità di autoregolazione, non si deve negare il sentimento di rabbia, non si può semplicemente dire che non ci si deve comportare in un certo modo, ma partendo proprio dal riconoscere l'emozione, insegnare che la rabbia si può tirare fuori anche senza usare l’impulsività. Bisognerebbe partire da un riconoscimento e da un contenimento, non da una negazione delle cose. Il problema non è l’emozione, ma il modo di esprimerla, quindi, è a quello che si educa al bambino.

Interventi: Il problema è lo stesso anche nel caso che la rabbia sia espressa solo verbalmente? A volte anche a me capita di rivolgermi ai figli, prima in maniera tranquilla, poi, se non ottengo risposta, con un tono di voce più alto; così forse non mi posso meravigliare se loro fanno lo stesso con me.

Altro intervento: Io vorrei conoscere la differenza fra sentimenti e azioni. L’azione è sempre coerente al sentimento, oppure no? È possibile che mio figlio sente una cosa ma si comporti nella maniera opposta?

Giannetti: A volte alcuni di noi – perché questo non accade soltanto ai bambini ma anche a noi adulti - è come se non sapessero distinguere tra emozione che si protrae nel tempo e azione, vivendo senza mai fermarsi un attimo per sperimentare un sentimento e valutare come meglio agire. Non mi fermo mai, e quindi vivo nella maniera più impulsiva. Fra sentimento e azione non è detto che ci sia una perfetta sintonia. Noi ci esprimiamo attraverso un linguaggio verbale, ma anche attraverso un linguaggio non verbale, che accompagna tutte le nostre comunicazioni. A volte l’osservatore un po’ più attento si accorge, più che altro dal non verbale, di quali possono essere i sentimenti e le emozioni reali. Mentre con il linguaggio verbale si può celare come si vuole, con quello non verbale è molto più difficile fingere.

Ed è attraverso questi canali che capiamo se la persona che ci sta davanti c'è realmente, è aperta e disponibile o no e se oppone una certa distanza.

Intervento: Che differenza c’è fra ansia e aggressività?

Giannetti: L’ansia, secondo gli studi classici, si distingue in ansia di stato e in ansia di tratto; ovvero tra un tipo di ansia contingente (devo prendere il treno, devo fare un esame, devo incontrare per la prima volta una persona) e un tipo di ansia fissa che alcuni hanno stabilmente indipendentemente dalle situazioni perché è un tratto della personalità; quando queste persone si trovano in una situazione ansiogena, la loro ansia va alle stelle.

Pur trattandosi di caratteristiche profondamente personali, non è detto, però, che siano immodificabili; possiamo imparare a moderarle o a vivacizzarle attraverso l’educazione, la crescita, l’insegnamento, la formazione, la relazione.

Diciamo adesso quali sono i vari tipi di emozioni di base, quelle legate alle situazioni contingenti: i vari studiosi non si sono trovati sempre d’accordo; secondo alcuni sono 5, per altri 6, per altri 7, 8, 9; comunque sono però riducibili a: felicità (o gioia), tristezza (o dolore), rabbia, paura, disgusto e meraviglia. Sono emozioni che fanno parte della nostra storia biologica ed hanno permesso all’uomo preistorico di difendersi e sopravvivere.

Ci sono poi le emozioni secondarie, considerate tali sia perché compaiono più tardi nel corso della vita, sia perché sono più complesse: orgoglio, vergogna, senso di colpa, invidia, gelosia, …

E' importante riuscire a riconoscere e nominare ognuna di queste emozioni; parlarne e regolarle.

Ma è anche difficile sperimentare un’emozione sola alla volta, perché spesso, abbiamo un intreccio di emozioni. A partire da questo stato d’animo, bisogna cominciare riconoscerne e nominarne una ad una.

Per i bambini non è facile, dobbiamo aiutarli.

Intervento: La mia bambina a volte mi chiede se sono contenta, arrabbiata o triste, forse per lei è difficile riconoscere il mio sentimento ed è difficile anche capire le sue emozioni.

Giannetti: C’è un’attività che è molto divertente da fare con i bambini: quella delle facce; li aiuta a riconoscere tutti i segnali che provengono dall’espressione del viso e del corpo.

Utilizzando le storie, cosa che può esser fatta a casa come a scuola, li aiutiamo a capire quali situazioni possono aver suscitato un’emozione; oppure, viceversa, a partire da un certo stato d’animo che comprende più emozioni contemporaneamente, potremmo aiutarli a vedere finali diversi a seconda della strada che si prende.

Questo percorso ci abitua a temprare le nostre capacità nel fare e disfare.

Intervento: Dopo una giornata faticosa, passata ad affrontare problemi e inconvenienti sul lavoro, ad affannarsi per una serie di commissioni e incombenze da incastrare, torno a casa in uno stato d’animo non proprio sereno e rilassato e sento la necessità di allentare lo stress e di non farmi sommergere da altre cose da fare. Ora sto cercando di analizzare questo problema, per cercare, anche, di comunicarlo agli altri, per far capire come mi sento, evitando di creare tensioni a chi mi sta vicino.

Forse, invece di vivere tutto come occasione di stress, potrei provare a scoprire il gusto per certe cose….

Giannetti: Quello che lei ha riferito è un modo per fronteggiare certe situazioni stressanti: si chiamano strategie di copyng; si tratta di una strategia centrata sul problema: affrontarlo significa non scappare, non nascondersi, non mettere la testa sotto la sabbia o cercare delle scappatoie, ma focalizzare almeno un problema, analizzarlo, rivalutarlo, ridimensionarlo. Questo ci può consentire di affrontare lo stesso problema in maniera diversa. E’ un atteggiamento gratificante: darsi delle soddisfazioni, momentanee, piccole, brevi, circoscritte, ma che consentono di riaffrontare lo stesso problema in maniera diversa.

torna a inizio pagina


Centro di Documentazione Educativa del Comune di Bagno a Ripoli
via di Belmonte 38 - 50011 Ponte a Niccheri (FI) # tel. 055 64 58 79  -  055 64 58 81  -  fax  055 64 43 38
e-mail cde@comune.bagno-a-ripoli.fi.it   -  web site www.cde-bagnoaripoli.it