documento

Centro di Documentazione Educativa del Comune di Bagno a Ripoli
Crescere insieme
educare alla sessualità, alla corporeità, ai sentimenti

incontro con Roberta Giommi e Serena Biagini

a.s. 2001/02
(Le relazioni non sono state riviste dalle Dott.sse Giommi e Biagini)

INDICE


 

Presentazione

Come impostare il confronto tra genitori e figli sui temi della sessualità, della corporeità, dei sentimenti? Come capire i disagi dei figli e favorire l’educazione al rispetto? Come affrontare i temi dell’abuso e della violenza sessuale?

Su questi e su altri interrogativi i genitori e gli insegnanti hanno potuto riflettere nei tre incontri guidati dalla dott.ssa Roberta Giommi e dalla dott.ssa Serena Biagini, dell’Istituto Ricerca e Formazione di Firenze.

Gli incontri si proponevano di offrire a genitori e insegnanti un’occasione per approfondire le proprie conoscenze sulla crescita dei bambini e dei ragazzi ed acquisire strategie efficaci per facilitare loro la conquista della maturità sessuale e sentimentale.

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Dott. ssa Roberta Giommi

Io sono psicologa e psicoterapeuta e dirigo l’Istituto Internazionale di Sessuologia che ha sede a Firenze, il primo istituto che in Italia si è posto l’obiettivo di formare consulenti e psicoterapeuti in sessuologia, ovvero persone capaci di dare risposte alle domande sulla sessualità. Operiamo dal 1984 con un lavoro molto paziente, perché percorriamo l’Italia in tutte le sue dimensioni, comprese le isole. Stiamo portando avanti un progetto di educazione alla sessualità che ci vede impegnati nella formazione dei ragazzi: rispondiamo alle domande di bambini, bambine, ragazzi, ragazze, giovani, genitori, operatori e insegnanti. Questa struttura ci permette di incontrare i più piccoli, avendo però sempre una grossa attenzione a tutti quegli adulti - che io definisco autorevoli - che circondano in modo educativo i più piccoli.

Molti anni fa, quando abbiamo iniziato questo progetto, partecipando anche a varie commissioni parlamentari, sembrava che tutti fossero molto perplessi a parlare della sessualità. In Italia la legge sull’educazione sessuale nelle scuole è stata proposta per la prima volta nel 1970, ma non è mai arrivata ad essere esecutiva. Nonostante la mancanza di una legge specifica, la buona volontà di insegnanti e genitori ci ha permesso in questi diciotto anni di fare molti interventi e di organizzare molte occasioni di confronto. Mi sembra, però, preoccupante che oggi gli adulti educatori non si occupino ancora di educazione alla sessualità, perché al posto loro se ne occupano tutti gli altri: oggi, infatti, da strumenti come la televisione o il computer - al quale forse i nostri figli hanno accesso più facile di noi perché appartengono ad una generazione che è già nata con dentro il DNA la capacità di lavorare con il computer - passano molti messaggi, poco decifrabili in termini corretti. Per questo ritengo molto importante la vostra presenza a questi incontri.

Il non occuparsi della corporeità, della personalità, delle emozioni, dell’educazione alla sessualità dei ragazzi che ci circondano è una cosa molto grave, equivale a non dare risposte sulla loro crescita. So che siete genitori e insegnanti che si occupano di minori di fasce di età diverse e quindi dirò delle cose che possano essere condivise da tutti; le domande che mi porrete, poi, mi aiuteranno a dare risposte a problemi più specifici che desiderate vengano affrontati.

I punti forti del lavoro che abbiamo progettato nell’Istituto di Sessuologia hanno l’obiettivo di far passare l’importante messaggio che la sessualità risponde a tre funzioni particolari: ludica, relazionale e riproduttiva.

Questo significa che nel momento in cui parliamo di sessualità con i bambini e con i ragazzi non è necessario parlare subito degli aspetti della sessualità adulta, ma dobbiamo insegnargli, per esempio, ad avere una buona attenzione alle loro sensazioni: cosa gli piace mangiare, odorare, toccare, ascoltare, etc., cercando, quindi, di favorire la crescita emotiva, cominciando dai bambini piccoli.

Dobbiamo immaginare come primi interlocutori i bambini della scuola materna e cercare di aiutarli a diventare più consapevoli di quali sono le cose che gli danno piacere e quali quelle che gli danno fastidio; non possiamo pensare di insegnare loro il piacere e il fastidio soltanto in previsione di quando saranno grandi o per difenderli dall’abuso: per un corretto sviluppo è già molto importante che, fin da piccoli, imparino a riconoscere ciò che piace e ciò che non piace.

L’altro aspetto importante è che, crescendo, si dovrebbe imparare a stare bene nel proprio corpo, cioè a sentirsi a proprio agio. Se questo aspetto è importante con i bambini piccoli, lo è ancora di più con gli adolescenti. Oggi i genitori ci rivolgono domande su tutta una serie di aspetti e di preoccupazioni che accompagnano la pubertà, cioè l’età dell’inizio dello sviluppo sessuale: il look, l’ansia che i figli hanno rispetto al loro aspetto fisico, ma anche l’ansia rispetto all’essere maschio o femmina… e ci rendiamo conto che è difficile per i bambini e le bambine, come del resto lo era anche per noi, stare dentro il corpo che cambia. Non so se voi avete passato delle adolescenze trionfali ma io ricordo che nella mia c’erano tutta una serie di cose che mi causavano preoccupazione e nella mia esperienza di psicoterapeuta mi sono accorta che quello che in adolescenza ci ha turbato rimane spesso anche quando diventiamo grandi. Se anche passiamo da brutto anatroccolo a cigno, spesso rimangono dentro di noi le immagini adolescenziali di non essere stati all’altezza, di non essere stati accettati nel gruppo, di non avere trovato il ragazzino o la ragazzina che ci voleva bene… e quindi ci rimane la paura per non essere stati capaci di fare una serie di cose che erano importanti.

Quindi il rapporto con la corporeità - quello che si chiama il sesso psicologico, ovvero lo star bene nel nostro corpo biologico - è molto importante, soprattutto oggi che l’immagine ha assunto un ruolo primario; non a caso si rileva sempre un’alta percentuale di partecipazione di genitori e insegnanti alle iniziative riguardanti i disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia) e una serie di comportamenti messi in atto soprattutto dalle ragazze, ma che si stanno diffondendo anche tra i maschi. Oggi anche i ragazzi, infatti, sono molto preoccupati per il loro look (prima erano più tranquilli rispetto all’essere belli o brutti, oggi addirittura vanno in palestra per costruire la loro immagine) e questo provoca una preoccupazione nei confronti della sessualità. Un tempo la “prima volta” preoccupava le ragazze, oggi preoccupa anche i ragazzi ed è una cosa su cui fanno tante domande. Quando andiamo a fare interventi nelle classi, sia dalle domande poste in forma anonima che da quelle rivolte durante i lavori di gruppo che fanno insieme a noi, emergono molte ansie rispetto al loro misurarsi con l’inizio del rapporto sessuale.

E’ importante riflettere sulla sessualità anche in termini relazionali. Di fatto la sessualità, come il corpo, è sede delle nostre emozioni e ognuno di noi sa che le emozioni non le andiamo a cercare, vengono automaticamente: se ci capita di imbatterci in una persona simpatica questo ci dà un’emozione positiva, non siamo andati a cercare la persona, l’evento è stato casuale ma l’emozione è nata dentro di noi. Generalmente le emozioni hanno la caratteristica di nascere spontaneamente e possono essere leggere - come simpatia e tenerezza- o forti - come aggressività, amore, passione, odio, invidia. Ci sono, inoltre, periodi della vita in cui le emozioni sono ancora più forti: sembra che l’adolescenza sia il periodo più ricco di emozioni e noi, crescendo, cerchiamo di mantenercele. Questo contenuto di emozioni forti a volte è difficilmente controllabile e qualcuno potrebbe avere difficoltà, per esempio, con certe emozioni distruttive come l’aggressività verso gli altri, l’incompetenza a vivere e a convivere.

Educare alle emozioni significa anche aiutare i ragazzi a capire che le emozioni nascono sempre dentro di noi e che l’avere emozioni è una cosa positiva, perché quando non ne abbiamo significa che siamo depressi. L’assenza di emozioni non è affatto consolante, anzi, è una cosa preoccupante: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci informa che oggi la depressione riguarda anche i bambini di età inferiore ai 6 anni. I ragazzi dovrebbero acquisire la consapevolezza che le emozioni possono nascere dal rapporto con gli altri, e tra le emozioni ci sono anche quelle sessuali, cioè le emozioni del desiderio, dell’eccitazione, della voglia di realizzare un contatto, del piacere.

E’ legittimo provare internamente delle emozioni, ma per avere un rapporto con un altro bisogna imparare a chiedere il permesso. Quindi, quando stiamo insieme ai ragazzi che crescono - ma vale anche per noi che siamo adulti - una delle regole d’oro che dobbiamo far passare è che va benissimo innamorarsi, provare passioni, provare desiderio sessuale; l’unica mediazione che ci deve essere tra noi e l’altra persona è che dobbiamo chiedere il permesso, cioè renderci conto se l’altro è disponibile o no allo scambio con noi, ed eventualmente convincerlo attraverso la seduzione, attraverso la capacità di renderci piacevoli - che tra l’altro è importantissimo sia per le persone in fase di crescita, ma anche per noi che siamo grandi, perché un aspetto della seduzione è la capacità di rivolgersi verso l’esterno e di valorizzare le nostre parti migliori.

Quando volete accentuare la sensazione di antipatia che vi può suscitare una persona, generalmente ponete maggiore attenzione alle cose che di lei vi rimangono antipatiche e lo stesso facciamo con i nostri partner. Questo meccanismo vale anche nella direzione opposta, cercando, cioè, di fare in modo che gli altri osservino le cose in cui siamo migliori. La seduzione, quindi, non è soltanto la capacità di “trovare un sacco di fidanzati”, ma è anche la capacità di mostrare i nostri aspetti più gradevoli; si può essere capaci di sedurre una persona con le nostre idee, con le competenze, la bellezza, il look.

Questo elemento è importante dal punto di vista della capacità di presentarsi agli altri e della costruzione dei legami, cosa che non succede soltanto da grandi ma anche da piccoli: anche i bambini della scuola materna si innamorano perdutamente e disperatamente, e chi di voi ha i bambini piccoli lo sa. Oggi una signora mi raccontava che quando aveva un anno e mezzo si è innamorata perdutamente di un ragazzo più grande e si ricordava ancora di questa grande passione che scattava in lei quando incontrava questa persona. Quindi una passione può nascere a qualsiasi età, anche a 95 anni o di più se si riesce a sopravvivere.

Dobbiamo riuscire ad insegnare ai ragazzi la valorizzazione e la scelta di un modello che non sia troppo lontano da loro, perché un modello più vicino dà il senso della possibilità, mentre un modello troppo lontano dà il senso della frustrazione.

Dovremmo quindi lavorare dal punto di vista dell’accettazione del corpo, dell’indossare il corpo sessuato, per far capire che se indossiamo le misure giuste ci possiamo sentire a nostro agio, mentre se indossiamo le misure sbagliate ci starà o stretto o male. Questo lavoro è uno degli aspetti della capacità di relazione con il nostro corpo e di relazione con il corpo degli altri.

Un altro aspetto della sessualità è la funzione riproduttiva. Logicamente quando parliamo con i ragazzi - piccoli o grandi - dovremo anche presentare il tema della fertilità, cioè il fatto che da un certo momento in poi, con lo sviluppo, avremo questa possibilità della riproduzione, che è una grande ricchezza che va protetta e che non andrebbe esercitata nel periodo in cui siamo ancora piccoli.

Quindi le tappe del processo di crescita sono due: una quando facciamo amicizia con il nostro corpo e una quando il nostro corpo fa amicizia con quello degli altri; dobbiamo, però, renderci conto che dal momento in cui siamo fertili non immediatamente diventiamo adulti o genitori.

Dovremmo fare a chi ci ascolta un discorso completo, cercando di spiegare ai ragazzi più piccoli come nascono i bambini, e ai più grandi come evitare che nascano. Girando per le scuole, abbiamo verificato che le domande più strane vengono fatte alle elementari, domande alle quali, qualche volta, non riusciamo bene a rispondere e che non sappiamo neppure da che cosa siano state suscitate. Invece nelle scuole medie e nelle superiori i ragazzi fanno domande più normali e molto concrete, che hanno a che fare con la loro vita. A volte si tratta di domande imbarazzanti a cui noi rispondiamo con metodo scientifico, ovvero cerchiamo di rispondere sempre, perché vogliamo spiegare alle persone che stanno crescendo - piccoli o grandi che siano - che non abbiamo paura a parlare di questi argomenti e, anche se qualche volta possiamo essere imbarazzati, siamo disponibili ad affrontare l’imbarazzo; questo per far sì che per loro non sia difficile chiederci le cose di cui hanno bisogno, altrimenti le potrebbero chiedere ad altri informatori dei quali, come madre, non sarei affatto contenta.

Negli ultimi anni abbiamo partecipato a diversi incontri sulla prevenzione dell’abuso sessuale e abbiamo visto che per poter aiutare i bambini, anche piccoli, a difendersi dobbiamo lavorare su due aspetti: la disobbedienza ragionevole, cioè la possibilità e l’autorevolezza di poter dire di no anche agli adulti, e la percezione che della sessualità si può parlare tranquillamente, in modo che così ci si possa sentire liberi di parlare anche della sessualità sbagliata. Moltissimi aspetti della sessualità (le mestruazioni, le erezioni imbarazzanti, le prime esperienze …) sono stati dei grossi tabù: noi possiamo spiegare e far percepire che non sono dei tabù e che se ne può parlare. Gli adulti che aiutano i ragazzi nella crescita devono essere disponibili a rispondere alle domande o anche a sollecitarle. Spesso i genitori mi chiedono: “Ma non sarebbe più giusto aspettare che siano i bambini a farci le domande?”. La mia risposta è che se voi vi comportate così su tutti gli altri aspetti (se lasciate che i vostri figli si vestano sempre come vogliono, se li lasciate sempre mangiare come vogliono, se li lasciate che studino o facciano sport quando vogliono …) allora sì, lo potete fare anche sulla sessualità; se invece cercate di indirizzarli su molti aspetti, e non sollecitate la curiosità sessuale, secondo me evitate l’argomento, vi nascondete dietro un dito e dichiarare che su tutto siete invadenti - come lo siamo tutti noi genitori - e sulla sessualità siete molto democratici. Questa apparente democrazia, equivale a dichiarare che l’argomento è tabù. Ritengo, però, che la vostra presenza all’incontro di oggi, dimostri che siete aperti ad imparare come affrontare il tema con i bambini.

Vorrei sottolineare anche che rispetto alla sessualità noi dovremmo stimolare un atteggiamento positivo. A volte i ragazzi mi chiedono perché devono diventare grandi, visto che i grandi sono tutti noiosi; potrebbero anche pensare che magari vivere la sessualità è molto noioso. Non importa che noi raccontiamo la nostra sessualità, anzi è preferibile di no perché le nostre confidenze potrebbero in una certa maniera turbarli, ma è giusto che passiamo ai figli dei contenuti insegnando loro che all’interno della sessualità ci può essere il gioco, l’amicizia e l’amore. Quindi quando disegnamo la torta della sessualità, dentro ci dobbiamo mettere le sensazioni, le emozioni, i sentimenti, le carezze, i baci, la masturbazione, l’atto sessuale, le relazioni, il piacere.

Ognuno di noi ha la possibilità di disegnare la propria torta della sessualità e noi dovremmo disegnarla mettendoci dentro cose diverse nei vari momenti della nostra vita. Logicamente nei bambini non ci sarà la funzione riproduttiva, però ci saranno le emozioni e le sensazioni; in un certo momento della vita nascerà poi l’aspetto riproduttivo che si accompagnerà a quello relazionale ed emotivo; poi ci sarà la menopausa, dove non ci sarà più la funzione riproduttiva, ma ci sarà la sessualità, la sensualità, l’emozione, l’amore. È come se noi ci muovessimo intorno ad un cerchio, disegnando in maniera diversa, col passare del tempo, gli spicchi. Noi dovremmo imparare che ci sono delle cose di cui abbiamo veramente bisogno: di essere tra le braccia di qualcuno, di essere temuti, di sentire la morbidezza del contatto, del desiderio …, e potremo conoscere il nostro corpo come strumento importante della sessualità.

Quando ero piccola ci mettevano le camiciole di lana, che facevano un grande prurito, poi piano piano la civiltà ci ha regalato delle canottiere deliziose che stanno bene sulla pelle e ci scaldano lo stesso; imparare questo aspetto anche nel conoscere di che cosa abbiamo bisogno e cosa ci rende più felici è qualcosa che noi dovremo regalare anche alle persone che ci crescono accanto.

Nella mia esperienza clinica per tantissimi anni ho avuto a che fare con persone che mi dicevano: “Non mi piace fare questo, non mi piace fare quello, non mi piace essere toccato, mi da fastidio”, e spesso il “non mi piace” era un argomento più femminile che maschile, ma talvolta anche maschile. Qual è il cambiamento? Oggi, in realtà viene espresso più il “Mi piace essere accarezzato, mi piace esser baciato…”, quindi anche nel processo di educazione alla sessualità, noi dovremmo cercare di passare il messaggio sulla capacità non tanto di dire cosa non vogliamo, che pure è importantissimo, ma anche di dire ciò che ci piace. Per far sì che questo succeda, noi dobbiamo abilitare anche chi sta crescendo a scoprirlo piano piano.

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Vari interventi da parte dei partecipanti relativi alle difficoltà di parlare senza imbarazzo di alcuni aspetti della sessualità con i bambini, al comportamento da tenere di fronte all’uso oggi frequentissimo, anche nei bambini piccoli, di usare una terminologia sessuale per colorire il discorso, all’opportunità di dare risposte complete o rinviare alcune spiegazioni ad un’altra età (es. come spiegare cosa sono i gay), alla masturbazione, ad aspetti della corporeità, alla nascita.

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Chiunque di noi, anche un bambino, quando fa una domanda generalmente ha già in mente una certa risposta e la vuole verificare. Quindi noi dobbiamo cercar di capire quali informazioni i bambini hanno e rispondere alle loro domande. Rispetto ai gay, le prime forme di risposta potrebbero essere che anche i gay si baciano, si toccano, etc., non fanno la penetrazione vaginale perché impossibilitati essendo dello stesso sesso; se ci sembra troppo pesante da raccontare che esiste il coito anale o la penetrazione con organi sostitutivi, potremo dire che lo scambio sessuale riguarda comunque i genitali e che puo’ essere uno scambio di baci, di toccaggi, etc. Puo’ darsi, però, che mentre noi, prudentemente, non gli diciamo quali siano i rapporti tra gay, in realtà loro abbiano visto trasmissioni televisive in cui vengono mostrati aspetti sado-masochisti della sessualità, cioè perversioni. Noi, comunque, possiamo cercare di passare le informazioni in maniera un po’ più morbida o parziale.

Se un bambino ci chiede com’è fatto l’atto sessuale noi gli diremo che è fatto di due persone che hanno il piacere di stare vicini, poi siccome i maschi hanno il pene e le femmine la vagina, questi due organi permettono attraverso lo stare vicini vicini, la penetrazione dell’uomo dentro la donna, e questa cosa spesso può dare molto piacere; poi se uno vuol fare dei bambini, il seme del papà contenuto nel pene entra dentro la vagina della mamma. Questa può essere una traduzione del messaggio che va dato a un bambino di pochi anni, ovvero abbiamo raccontato tutta la verità, solamente l’abbiamo un po’ accorciata o per meglio dire non siamo entrati nei particolari. Poi, via via che sono un po’ più grandi gli raccontiamo quelle cose che gli permettono di capire un po’ meglio come funziona.

Inoltre noi dovremmo insegnare ai bambini e ai ragazzi che esiste uno spazio pubblico e uno spazio privato. Se l’adolescente comincia a masturbarsi e chiude il bagno o la camera, noi dovremo essere così intelligenti da permettere questa chiusura, rispettandolo. La stessa regola del rispetto può valere per noi: se un bambino chiede una cosa sulla nostra intimità, possiamo anche non rispondere perché anche noi abbiamo il diritto alla nostra intimità. Però ciò che consideriamo un diritto dobbiamo anche considerarlo un dovere. Quindi, ci puo’ essere una privacy anche all’interno di una famiglia e noi possiamo avere il piacere di andare a letto a fare l’amore con il nostro partner con la porta chiusa.

Ognuno di noi può condividere informazioni ma, per quanto riguarda le informazioni private, possiamo decidere di parlarne o no. Questa è una regola che dobbiamo passare ai bambini.

Parlando del linguaggio usato dai bambini vi voglio raccontare un episodio: una mia amica insegnante di francese mi raccontava che i bambini (maschi) alle medie inferiori quando c’erano i finocchi per contorno, li buttavano tutti nel cestino; lei ha fatto un indagine in classe per capire il motivo e ha scoperto che buttavano i finocchi perché avevano paura di diventarlo. A volte i bambini o gli adolescenti usano un linguaggio che a livello di ricerca abbiamo definito “un linguaggio per entrare nel cerchio”, cioè dicono parole sboccate per dimostrare di far parte del cerchio dei grandi.

Un altro discorso da fare è sulle parole o gli atteggiamenti offensivi (es. “ciucciamelo”, spingere qualcuno contro il muro, etc.): è chiaro che non possiamo censurare tutto perché siamo nell’ambito delle esperienze ma dovremo avere la pazienza e il coraggio di lavorare perché non ci siano aggressioni nei confronti degli altri. Quindi si potrebbe dire che alcuni gesti o alcuni modi di parlare, che indicano per altro cose belle, perché anche il rapporto orale è bello se inteso come modo di vivere la sessualità in una coppia, non devono essere usate come modo per aggredire gli altri.

Se circola un linguaggio molto aggressivo nei confronti degli altri, senza essere esageratamente pedagogici, si possono riprendere i bambini e spiegare loro il significato di queste parole, invitandoli poi a non usarle. Secondo me, quando una frase contiene un elemento di disprezzo per un altro, è importante intervenire, spiegando anche che stanno parlando del sesso in modo antiquato, perché oggi se ne parla invece in termini di piacere e di allegria. Bisognerebbe poi chiedergli perché usano una terminologia che fa apparire la sessualità come se fosse una cosa sporca, brutta e cattiva, invitandoli poi ad usare anche parole più carine per indicare gli organi sessuali. E questo messaggio va passato fin da piccoli, perché capiscano il vero valore della sessualità, intesa come amore tra due persone. Nella mia esperienza di venti anni di terapia sono venuta a contatto con molti casi di persone che avevano ricevuto messaggi aggressivi (es. che schifo!, che dispiacere!, tira su le mani!, è sporco!) e questo veramente porta guai, quindi se voi vi trovate in una situazione in cui ci sono cose che non vi piacciono e sulle quali vale la pena dire qualcosa, cercate tutti insieme il discorso del mettere in cerchio, cioè cominciare a cambiare le parole, cominciare a cambiare l’atteggiamento.

Rispetto alla sessualità ognuno di noi può vivere il corpo come luogo accessibile o vietato, quindi io posso decidere che ho molta voglia di essere toccata e che tutti mi facciano un massaggio alla schiena, però poi non voglio altre cose. Io penso che sia importante il tema della reciprocità: tu hai dei momenti in cui vuoi stare chiusa e nessuno ti deve disturbare; io ti abbraccio molto volentieri ma anch’io ogni tanto ho bisogno della mia privacy e della mia libertà. Tutto questo deve essere fatto in maniera delicata (perché i nostri gesti hanno un impatto grave dal punto di vista del risultato della sofferenza psicologica) arrivando comunque ad una trattativa che è il riconoscimento dei bisogni dell’altro e nello stesso tempo l’affermazione dei nostri bisogni. Dobbiamo cioè insegnare un atteggiamento relazionale, la reciprocità: non si puo’ solo chiedere ma si deve anche dare, con uno scambio che puo’ essere anche dispari ma ci deve essere. Io consiglio ai genitori di lavorare con i bambini piccoli perché se apriamo la porta quando sono piccoli allora riusciremo anche a dire delle cose nell’adolescenza.

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Un genitore chiede come ci si deve comportare di fronte alla domanda di un bambino piuttosto piccolo che chiede se è vero che un maschio si puo’ fidanzare con un maschio.

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Vi volevo accennare qualcosa riguardo all’omosessualità: nei bambini piccoli ancora non si può riconoscere, perché c’è una certa confusione tra l’amicizia e l’amore; nella sessuologia, noi dichiariamo che si puo’ parlare di omosessualità dopo l’adolescenza, quando in qualche modo è scoppiato quello che è dentro di noi, perché in realtà omosessuale si scopre di esserlo, cioè scopriamo che l’orientamento del desiderio sessuale e del desiderio amoroso va verso persone del nostro stesso sesso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità non considera l’omosessualità una patologia ma un comportamento variante, cioè presente sempre in natura in una certa percentuale rispetto al comportamento prevalente che è quello dell’eterosessualità.

È chiaro che i bambini quando sono piccoli parlano di amore in termini di amicizia. La domanda se è vero che un maschio si puo’ fidanzare con un maschio è congrua e la risposta è positiva, nel senso che si possono stabilire rapporti affettivi o di convivenza; anche i bambini piccoli possono sentire che gli omosessuali hanno richiesto di avere la possibilità di sposarsi, di adottare dei bambini, oggi c’è una forte visibilità dell’omosessualità attraverso tutti i mezzi di informazione. Se un bambino dice che si vuole fidanzare con un amico (ma in un bambino piccolo fidanzamento potrebbe significare solo un’amicizia importante, una maggiore forza …) bisogna cercare di capire se questo gli crea ansia, o se la crea a noi, e spiegare che effettivamente ci possono essere tra due persone dello stesso sesso rapporti affettivi come tra il babbo e la mamma, dicendo anche che in natura esistono comportamenti eterosessuali e omosessuali e che i primi sono in numero molto maggiore.

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Altra domanda su come comportarsi di fronte ad un bambino (maschio) che si stringe spesso al seno della madre, che vuole entrare in bagno, fa domande sulle mestruazioni …

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Sulle mestruazioni si puo’ rispondere naturalmente spiegandone il motivo con parole adeguate all’età dei bambini. Sul discorso del contatto col corpo: del seno della madre sono innamorati maschi e femmine, è un oggetto di amore per tutti perché è fonte di nutrizione, di piacere, di contatto, ecc. Se quando i bambini crescono ci accorgiamo che hanno sempre bisogno del contatto con il seno della madre, oppure anche se semplicemente il contatto ci imbarazza, dobbiamo imparare che il nostro corpo, come quello di tutti, non è sempre accessibile perché questo insegnerebbe ai bambini una cosa inesatta, dal momento che nessun corpo è sempre accessibile, poi dobbiamo comunque insegnare a tutti che per accedere al corpo di un altro bisogna chiedere il permesso. Quindi se la mamma si sente di concedere al bambino la possibilità di restare ancora con la regressione da bambino un po’ più piccolo, lasciandogli percepire che il seno è anche suo, e questo le permette di coccolare il bambino o di considerarlo, allora va anche bene; però anche questo deve rientrare piano piano nel concetto di regola, cioè noi dobbiamo aver chiaro che i bambini che alleviamo domani saranno adolescenti, poi giovani e poi uomini e donne. La sessualità ha un codice di regole: non tutto si può fare dappertutto e non tutto si può fare con tutti e questo lo sappiamo da grandi, ma lo dobbiamo sapere anche da piccoli. Ci vuole sempre questo lavoro morbido di avanti e indietro, per cui il bambino sta un po’ li tuffato nel seno della mamma tutto contento, ma poi la mamma puo’ anche percepire che è opportuno dire che si vuole muovere, oppure può pensare che c’è troppa attenzione nei confronti del suo seno e in qualche modo può soffrire anche di imbarazzo, che puo’ essere personale (“non ho voglia di essere così esposta) o relazionale (“mi sembra che lui dovrebbe imparare ad essere un po’ più grande”). Piano piano su queste cose ci dobbiamo muovere con piccole regole d’oro non aggressive, ma che permettono comunque ai bambini di sapere che ogni corpo appartiene ad un persona che detta delle regole. Se voi dite “ora basta” questo non crea traumi mentre una frase del tipo “Sei veramente un bambino immaturo perché continui a stare lì attaccato al seno mentre dovresti aver imparato a fare altro” puo’ fare del danno al bambino. Se voi fate una valutazione aggressiva nei suoi confronti questo è negativo e di difficile comprensione; se invece, dandogli un bacio sulla fronte, gli dite “ora basta, voglio andare a fare un’altra cosa” questo insegna al bambino o alla bambina che domani non potrà toccare l’altro come vuole perché nei rapporti di coppia comunque la sessualità è sottoscritta ad una trattativa. Quindi gli insegnamo che esiste una regola e dentro la regola c’è anche che io esisto e ho dei diritti. Perciò io voglio rassicurarvi dandovi la possibilità in questi casi di muovervi sia rispondendo positivamente che negativamente, chiaramente sempre con una certa morbidezza.

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Un genitore chiede se puo’ avere a che fare con la sessualità il fatto che suo figlio di 11 anni non fa mai domande e quello di 7 chiede ancora il biberon.

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Freud ci ha dato indicazioni sulle varie fasi di sviluppo (orale, anale, genitale ….), cioè i bambini possono avere anche col dito o col biberon o col coniglio questi rapporti un po’ di accudimento dai quali noi tendiamo a liberarli perché è come se liberassimo piano piano una competenza (sei più competente se mangi la cioccolata piuttosto che se continui a ciucciare la tettarella) ma è un processo di crescita. Nei limiti del possibile la psicologia dice che si tende ad andare verso le tappe successive per cui piano piano da alcuni atteggiamenti si passa verso altri; se uno si attarda un po’ secondo me, però, non ha a che fare con la sessualità.

Per quel che riguarda il bambino che fa poche domande, puo’ darsi che abbia percepito che lei non ha molta voglia di rispondere ma a volte ci sono anche dei bambini che non hanno molta voglia di parlare di questi argomenti; io ritengo, però, che sia comunque opportuno parlare e spiegare. Una volta ho partecipato ad una trasmissione televisiva in cui telefonavano persone che avevano avuto o non avevano avuto in famiglia un’educazione alla sessualità. Questa trasmissione è stata molto confortante perché tutti quelli che avevano parlato della sessualità con i genitori ne parlavano in termini di soddisfazione. Così come sono contenta, alla fine dei corsi con i ragazzi, che dichiarino nei questionari la soddisfazione di aver parlato con qualcuno tranquillamente di certe questioni. In realtà anche se noi andiamo a fare un programma di educazione alla sessualità, che magari c’è stato chiesto dagli insegnanti o dai genitori, i ragazzi dichiarano poi di essere contenti di averlo fatto e si dicono dispiaciuti perché in famiglia non se ne parla abbastanza. Tutti quelli che vengono in cura da me, alla domanda se in famiglia si parlava degli aspetti sessuali, rispondono sempre negativamente. Perciò se un ragazzo non mi facesse nessuna domanda io comunque gli darei qualche risposta che possa aiutarlo.

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Un genitore chiede di parlare dello sviluppo psicosessuale dei bambini.

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La sessualità puo’ essere vista sotto l’aspetto biologico, anagrafico, culturale e psicologico. All’inizio del nostro percorso i nostri genitali ci portano ad essere iscritti all’anagrafe come maschio o femmina, quindi il nostro corpo biologico definisce a quale gruppo apparteniamo da un punto di vista sessuale. L’iscrizione all’anagrafe è importantissima perché altrimenti un transessuale non farebbe tutta la fatica di operarsi per cambiare sesso anagrafico; il sesso anagrafico è la nostra prima presenza nel mondo sociale, continuamente noi riempiamo fogli dove ci viene chiesto se siamo maschi oppure femmine.

Il sesso culturale, legato all’apprendimento, è rappresentato dai ruoli e dai comportamenti che una società abilita per i maschi e per le femmine e sui ruoli ci sono molti problemi legati alle culture e alle ideologie.

Il sesso psicologico è il benessere con il corpo biologico ed è un sesso evolutivo: quando una bambina ha la sua prima mestruazione il suo sesso psicologico si confronta con il cambiamento e lo stesso succede al primo rapporto sessuale con la rottura dell’imene e al momento della prima gravidanza. Al maschile il discorso ha una maggiore continuità, perché in realtà il maschio ha il pene esterno e i testicoli che da piccoli diventano più grandi, però non è irrilevante cosa succede al pene via via che cresce, anche per il maschio diventa importante il sesso biologico diventando anche in lui psicologico, cioè identità. L’identità sessuale significa sentirsi bene nel proprio corpo, nel proprio ruolo. Nell’adolescenza è necessario che i ragazzi piano piano guadagnino in competenza sessuale, imparino a conoscersi, a produrre linguaggi per parlare della sessualità; da questo punto di vista sembra che le femmine siano più avanti dei maschi, anche se oggi i maschi sono attentissimi alla sessualità femminile. Noi vogliamo insegnare ai ragazzi a conoscere il maschile e il femminile in tutte le loro componenti, riconoscere parità e differenza, riconoscersi nei sessi, riconoscere le diverse forme in cui i sessi si incontrano, come si costruisce lo scambio sessuale, intendendo con ciò anche lo scambio relazionale e affettivo. Nelle relazioni noi dobbiamo imparare il lavoro dei codici e in relazione alla sessualità i codici, sia maschili che femminili, ancora sono poco elaborati, tra maschi e femmine c'è ancora poco territorio comune.

Lo sviluppo psicosessuale comincia dalla nascita, e anche da prima, e dipende da molte cose diverse. Per crescere ciascuno è immerso in una dimensione che è la famiglia di origine, il babbo e la mamma, che insegnano le emozioni, le sensazioni, l’intimità e la corporeità. Insegnano anche che cosa vuol dire l’amore e lo scambio tra un uomo e una donna e questo è il primo passo dello sviluppo psicosessuale: la famiglia dirà che cosa è giusto o che cosa è sbagliato. Ma la famiglia è immersa a sua volta nella sua famiglia di origine e allora saranno importanti per la crescita anche i nonni, gli zii, etc. Poi ciascuno è anche in un gruppo (religioso, politico, gli amici, il vicinato …) e anche questi sono molto importanti per lo sviluppo psicosessuale perché intervengono sul processo di crescita. Poi c’è anche la nazione. In Italia c’è la legge sull’interruzione della gravidanza, il divorzio, c’è il nuovo diritto di famiglia che dice che la patria potestà riguarda sia i maschi che le femmine (cioè i figli appartengono a tutti e due i genitori), c’è la legge che dichiara che le violenze sessuali sono delitti sulla persona e non sul costume …, cioè ci sono una serie di norme che rappresentano il contenitore all’interno del quale noi sviluppiamo il nostro senso di identità e questo ci aiuterà a crescere, tenendo presente che noi cresciamo immersi in contenitori che non sempre sono concordi (es. puo’ essere largo il contenitore delle leggi e magari puo’ essere stretto quello della famiglia di origine o dell’ambiente che ci circonda) e ogni nostro figlio crescendo incontrerà qualche divieto, proprio o degli altri.

Lo sviluppo psicosessuale ha a che fare con il dentro e con il fuori e con le esperienze della sessualità: chi ha subito un abuso ha una ferita nella sessualità, chi ha fatto delle buone esperienze avrà una crescita più serena, chi è stato sostenuto nel processo di crescita da genitori e insegnanti penserà che crescere, fare esperienze e diventare competenti nella sessualità è una cosa buona, chi invece è stato oppresso avrà dei problemi. Lo sviluppo sessuale è legato anche ai giochi, all’intimità, alla compagnia, alla solitudine, alla libertà di fare esperienza senza essere rimproverati ricevendo anzi suggerimenti intelligenti perché si possano fare buone esperienze.

Ai ragazzi più grandi noi insegniamo, anche attraverso i corsi che facciamo nelle scuole, che la sessualità si impara. A questa frase noi teniamo moltissimo, perché contiene un elemento importante, significa cioè che se qualcuno ha fatto una cattiva esperienza, questa puo’ nascere da un’incompetenza, che potrebbe essere soggettiva o relazionale; ma la sessualità si impara su molti piani diversi, è un processo continuo di acquisizione di competenze anche perché sulla sessualità ci sono tantissime leggende metropolitane che vengono tramandate da padre a figlio e da amico a amico e che devono essere sfatate attraverso una corretta informazione. Questo messaggio dice qualcosa contro la spontaneità, cioè dice che avere tutte le attrezzature non è una garanzia del loro funzionamento, dice che anche su questo aspetto dobbiamo crescere e possiamo crescere a livello cognitivo, possiamo saper di più, possiamo crescere a livello di saper fare di più e possiamo crescere a livello dell’essere di più, diventare quindi più competenti per le nostre emozioni.

Questa necessità di sapere, saper fare e saper essere impegna anche noi su tre livelli: che cosa ne sai della sessualità e cosa ti potrebbe servire di sapere, che cosa non sai fare della sessualità per la quale ti potrebbero servire istruzioni per l’uso, quali sono le emozioni e la competenza affettiva e relazionale che devi guadagnare in modo che la sessualità sia qualcosa di importante nella tua vita. Noi insegniamo anche una piccola regola, che qualunque sia la cosa che tu vuoi fare, quindi le esperienza sessuali che vuoi fare, ricordati sempre che incontri una persona diversa da te e che la devi conoscere; quindi anche se tu in discoteca incontri una persona simpatica e hai uno scambio, ricordati sempre di proteggerti perché è fondamentale, e proteggendo te proteggi anche l’altra persona, e ricordati che la sessualità deve essere scambio tra due persone.

Tenete presente che la sessualità puo’ dare anche grandi dolori e ve lo dico dall’esperienza che mi deriva da vent’anni di attività clinica che mi ha insegnato che le persone, più o meno giovani e a volte anche molto giovani, per una cattiva informazione possono avere dolore. Noi, quindi, dobbiamo avere una capacità preventiva, cioè dobbiamo regalare alle persone che circondiamo come adulti la capacità di soffrire di meno, di stare meglio.

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Un genitore interviene dicendo che è abbastanza facile aiutare i figli a sapere, ma come aiutarli a saper fare e a saper essere?

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Nel momento in cui presentiamo un progetto o un programma al quale lavoriamo con insegnanti e genitori o nel momento in cui gli insegnanti lavorano, noi dobbiamo avere ben presente che i sentimenti sono comunque all’interno di una dimensione globale: la nostra identità ce l’abbiamo nella testa perché pensiamo, ce l’abbiamo nel cuore perché proviamo sentimenti, ce l’abbiamo nella pancia perché proviamo emozioni, ce l’abbiamo nella sessualità perché possiamo avere un rapporto e un’emozione anche sessuale. Noi dobbiamo sempre immaginare che la che la nostra identità, il nostro essere, è dentro tutte le parti del nostro corpo e della nostra mente.

Se i nostri ragazzi hanno già un’età in cui hanno appena scavalcato l’adolescenza tradizionale che è intorno ai 12-13-14, o anche 15 anni (anche se adesso si comincia a considerare i 18 anni quasi come età pediatrica) e quindi iniziano a crescere e a porsi problemi legati ad esempio al concetto di tendenza, di legame, di esclusività, al bisogno di stabilire rapporti…. anche queste cose potrebbero essere oggetto di una consultazione e di confronto con loro, come lo sarà il discorso di come queste cose portano anche ad altro: al desiderio, all’eccitazione… Quindi le informazioni del tipo “tavole anatomiche” oppure semplicemente funzioni e comportamenti, sono fondamentali perché rappresentano la base e non averne non è così neutro. Questo, però, non basta: dobbiamo renderci conto che quello che dovrebbero confrontare con noi sono anche i processi evolutivi di tipo relazionale, il sentire l’importanza di alcuni legami, la gelosia, l’amore, l’esclusività… e dobbiamo essere consapevoli che a livello emotivo si può essere incompetenti anche da grandi. Allora se noi vogliamo aprire un dialogo con i figli o con gli allievi in età evolutiva dobbiamo avere il coraggio e la pazienza di entrare nel loro mondo, in quello che guardano e ascoltano nella loro vita quotidiana oggi. Per esempio io ho visto al cinema “Il signore degli anelli” con tre bambini seduti dietro a me: io ho tenuto gli occhi chiusi quando apparivano certe immagini e loro sono andati via contenti, senza fare una smorfia per tutto il tempo. Si deve pensare che quei bambini abbiano dentro la testa i mostri? Probabilmente loro li hanno in testa così come io avevo le novelle di Capuana che raccontavano a me.

Questa preoccupazione è molto importante rispetto all’educazione sessuale: noi diamo l’informazione di base, la condividiamo e dichiariamo che questa è certa, ma ci dobbiamo rendere conto che accanto alla sessualità entra in gioco l’aspetto relazionale che contiene emozioni, sentimenti, passioni e questi temi li dobbiamo trattare all’interno del codice culturale delle persone a cui viviamo accanto; oggi tra un figlio di 20 anni e uno di 16, passano due generazioni, non più una. Se noi adulti vogliamo partecipare alla crescita dei nostri figli dobbiamo anche avere la pazienza di entrare dentro alle cose che a loro piacciono e questo ci permette, quando loro non hanno voglia di parlare, di accompagnarli usando i mezzi che loro usano.

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Un genitore chiede se lei nota una discrepanza tra l’esigenza che i ragazzi spesso manifestano di parlare anche molto dei sentimenti- come nel caso di trasmissioni dove si parla a lungo dell’amicizia….- e dall’altra una società fast-food, dove anche i sentimenti vengono consumati velocemente: vado ad una festa, conosco uno e dopo poche ore ci vado insieme, oppure mi va e allora lo faccio….(si fa riferimento ad una trasmissione televisiva)

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Questa trasmissione piace moltissimo, proprio perché c’è questo grande tema dell’amicizia e poi perché c’è il confronto sulle cose “da affrontare”, il confronto sulle emozioni, il dialogo, la solidarietà. Oggi una carta vincente, anziché fare campagne promozionali, è quella di utilizzare certe trasmissioni per far passare alcuni messaggi: ad esempio il personaggio molto amato di un telefilm che esce dalla tossicodipendenza; lo stesso accade per far passare messaggi sulla salute, sulla prevenzione dell’aids, come accade in “Beautiful”, dove una delle protagoniste sposa ugualmente un malato; quindi molte trasmissioni vengono utilizzate anche per motivi di propaganda alla salute. La trasmissione alla quale lei faceva riferimento, è basata proprio sul fatto che i ragazzi si raccontano i propri sentimenti e le proprie emozioni dandoci un esempio di come i tempi siano cambiati e quindi di come è importante seguirli per costruire con loro un buon rapporto. Si pensi che prima se una ragazza di 18 anni non era vergine veniva emarginata, oggi più o meno quasi tutte a quell’età hanno avuto più di un’esperienza sessuale; quando si fa una consultazione di sessuologia o si parla con i ragazzi, ci si rende conto che spesso a 16 anni hanno già avuto delle esperienze.

Però non è vero che è così banale avere scambi sessuali e a volte una persona li sottovaluta; quindi, come adulti, possiamo cercare comunque di costruire una piccola rete di recinzione delle esperienze passando i nostri messaggi. Se ad esempio ci chiedono: “Quando è che si raggiunge l’età per fare l’amore?” noi possiamo rispondere che sarebbe giusto farlo quando si è raggiunta la maturità sessuale, quando pensiamo che sia importante per noi farlo e non perché ce lo ha detto qualcun altro, quando troviamo una persona piacevole con cui condividere il momento e quando lo facciamo in modo sicuro. Noi dobbiamo affermare in nostro ruolo di adulti pur lasciando la possibilità di fare esperienza. Una risposta così è già valida, perché fa passare il messaggio del genitore che ci tiene al bene del figlio, ma allo stesso tempo lo fa sentire libero di prendere autonomamente le decisioni importanti della sua vita e l’incontro tra queste due cose è tutto quello che un ragazzo ci chiede per essere felice. Oggi la cosa preoccupante è che noi alleviamo figli credendo che non siano in grado di reggere nessuna frustrazione, tendiamo a pensare che il mondo dove andranno a vivere sia il peggiore dei mondi possibili - quindi noi, per primi, gli diamo una visione pessimistica. Ma stiamo attenti perché anche in passato il mondo non sempre è stato bello, pensiamo alle generazioni che hanno vissuto le guerre… oggi non è vero che viviamo in un mondo bruttissimo, è vero che il mondo ci crea dei problemi. Dobbiamo continuare a fare gli adulti e accompagnare i nostri figli nel provare gioia e piacere nel sentire canzoni dove si parla dell’amore, dell’amicizia, dei problemi, a provare a rimanere almeno cinque minuti accanto a loro, solo cinque minuti perché poi si vergognano perché sono commossi. Nel momento che i nostri figli banalizzano le cose che noi come adulti riteniamo più grandi di quanto loro pensano, dobbiamo avere la pazienza di fare da adulti, altrimenti di adulto non c’è più nessuno. Una volta gli adulti definivano che cosa era giusto che i giovani facessero. Oggi diciamo sempre che in una situazione di diritti e divieti, una soluzione può essere che noi ci confrontiamo dichiarando quale è la nostra opinione sulle cose. I ragazzi che ci stanno davanti sono molto attenti alla spontaneità, molto desiderosi di essere amati e apprezzati, si aspettano il punto di vista di persone che sanno di più. Introdurre il nostro modo di vedere le cose significa fargli capire che domani la nostra opinione potrà essergli utile.

Lo sforzo dei genitori deve essere quello di capire e di non sparire, cosa che a volte accade; il nostro ruolo è esserci sempre, anche con il nostro modello diverso di vedere le cose.

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Dott.ssa Serena Biagini

Al nostro centro afferiscono molte donne, ma anche parecchi uomini, con problematiche abbastanza serie nella relazione e nell’affettività, e nella sessualità in senso specifico, perché hanno subito da piccoli abusi sessuali. L’abuso sessuale è un evento che lascia tracce a lungo termine perché mina la fiducia di base del bambino ed è molto difficile poi anche da grandi ristrutturare la capacità di relazione e la sessualità, e anche la possibilità di godere in termini di piacere perché viene lesa la struttura difensiva corporea, viene superata ad un’età in cui i bambini non sono pronti, e questo non è un danno solo fisico, è un danno a lungo raggio con conseguenze notevoli dal punto di vista relazionale e psicologico. Non c’è solo il problema che il bambino abusato potrebbe da grande diventare a sua volta abusatore, questo è solo uno degli aspetti: non tutti i bambini o le bambine abusati diventeranno abusatori, specialmente se c’è l’intervento di adulti affidabili e competenti. Se c’è un abuso intrafamiliare in cui la madre è comunque una persona affidabile questo riduce molto il danno; se nell’abuso extrafamiliare i genitori non negano l’evento e sostengono il bambino questo riduce molto l’effetto negativo e non è detto che i bambini da grandi diventino abusatori. Però il danno psicologico (relazionale, affettivo, di sfiducia verso gli altri), anche in una vita normale, rimane comunque presente. Gli abusi avvengono più frequentemente di quanto si creda e quindi dobbiamo cercare di diventare più competenti.

Voglio fare riferimento alla legislazione, che ha comunque determinato un grosso cambiamento, almeno a livello legale, in riferimento anche a cosa si intende per violenza e abuso sessuale. La legge definisce come abuso qualsiasi forma di maltrattamento - fisico, psichico e anche sessuale. Ma quando pensiamo ad un maltrattamento noi pensiamo solo all’incuria, mentre la legge definisce anche l’ipercura. L’incuria è sicuramente tutto ciò che manca, tutto ciò che è maltrattamento, violenza, abuso di potere; però esiste anche una forma di maltrattamento che viene chiamato ipercura e che è l’eccesso di protezione verso il bambino, che in alcuni particolari casi arriva fino a ricoveri continui o a continui interventi chirurgici per salvaguardarlo nella salute. Gli eccessi del ruolo genitoriale - in un senso o nell’altro - vengono comunque sanciti dalla legge come pericolosi. Accompagnare il bambino nel ruolo genitoriale vuol dire saper creare alle varie età la distanza più giusta nel rispetto dei suoi bisogni.

L’abuso sessuale è il coinvolgimento nell’atto sessuale, da parte dell’adulto, di un bambino o un adolescente che non ha uno sviluppo psicoaffettivo sufficiente per poter scegliere in maniera consapevole di entrare in quell’atto. La violenza sessuale oggi è definita (L. 66/96) in una maniera più ampia. Nella vecchia legge la violenza sessuale era considerata un atto contro la morale; oggi è un atto contro la persona, quindi il bambino viene riconosciuto come una persona. Questo è un passo grandissimo in termini legali, che sappiamo si muovono molto più lentamente rispetto a quello che accade nella realtà. Quindi la violenza sessuale è sancita contro la persona e non c’è più la distinzione tra violenza carnale (riferita alla presenza dell’atto della penetrazione) e l’atto di libidine violenta che riguardava invece tutti gli altri atti che vengono compiuti sul bambino indipendentemente dalla penetrazione. La legge definisce violenza sessuale, col massimo delle pene, l’atto che viene compiuto sul bambino indipendentemente dalla presenza della penetrazione, considerandolo da tutti i punti di vista, anche psicologici. Siccome il bambino non è in grado di scegliere e non puo’ essere un partner sessuale perché non ha ancora uno sviluppo psicocognitivo adeguato, allora il fatto stesso che l’adulto si permetta di avere un atto sessuale con un bambino di per sé viene definito violenza, con tutte le implicazioni affettive e psicologiche del danno che questo comporta al bambino.

Spesso i violentatori - e non si tratta solo dei pedofili - sono “persone della porta accanto”, che vanno a lavorare tutte le mattine, che hanno famiglia e figli, quindi non possiamo definire l’abuso sessuale solo riferito alla patologia, perché il pedofilo potrebbe essere malato grave, patologico, star fuori da noi e noi, invece, normali, non ci confrontiamo con quel problema. In realtà chi lavora dentro al problema, come me o come altri, sa bene che invece noi ci troviamo ad affrontare famiglie in cui le persone sono all’apparenza in grado di intendere e volere, che svolgono una loro professione e che poi hanno questo segreto che si svolge all’interno della famiglia. Quindi è un problema più complesso, non appartiene solo alla patologia, non si tratta solo del pedofilo - che per definizione è colui che puo’ avere l’atto sessuale solo con bambini prepuberi perché il suo processo di eccitamento non si attiva in nessun altro modo se non con effusioni sessuali con bambini prepuberi. Invece la maggior parte degli abusi vengono compiuti da persone che hanno capacità di svolgere sessualità con adulti. Quindi non ci dobbiamo occupare solo della psichiatria, il nostro grosso lavoro come prevenzione è occuparsi dell’informazione, di dare spazio ai temi dell’educazione alla sessualità, o alla fragilità o all’ambiguità che potrebbe esserci dentro al concetto di sessualità delle persone per poter educare maggiormente ai temi del rispetto del bambino. Questi temi sono più complessi perché il male non è lontano da noi, potrebbe essere anche dentro di noi, dobbiamo esaminare come ciascuno di noi lavora sui propri istinti, li integra con i concetti di relazione e di affettività e quindi si muove nella costruzione di una relazione di rispetto come è anche quella sessuale.

L’articolo 609 della Legge 66/96 puntualizza per la prima volta un tema importante - una conquista per chi ha lavorato a lungo su questi temi - che si tratta sempre di violenza sessuale se un adulto ha un atto sessuale con ragazzi al di sotto dei 14 anni e con ragazzi al di sotto dei 16 anni se da parte dell’ascendente (nonno, zio, genitore naturale o adottivo). La legge non considera reato l’accoppiamento, invece, quando questo avviene tra ragazzi in cui il maggiore ha non più di 16 anni e c’è una differenza tra i due non superiore ai tre anni. In questo caso la legge, a certe condizioni, non punisce i ragazzi perché sappiamo che esiste una fase adolescenziale in cui la scoperta della sessualità esiste come atto naturale e quindi puo’ esserci normalmente la masturbazione, la conoscenza, il guardare i genitali come una fase di scoperta, sia eterosessuale che omosessuale. Se questo avviene tranquillamente tra due ragazzi la legge non prevede punizioni proprio perché si potrebbe trattare di una fase di passaggio. Ma se il ragazzo più grande usa una coercizione - una minaccia fisica o psicologica o una violenza sul minore - allora la legge punisce questo comportamento come violenza sessuale, quindi con pene più lunghe e gravi per il ragazzo più grande. La legge prende in considerazione tutti i temi della violenza e della sopraffazione.

C’è poi un’altra legge importante del ‘98 che riguarda la questione della prostituzione minorile, dell’inserimento dei film nei circuiti della pornografia, proprio perché si ritiene che esistano i mercanti dei bambini che, da persone capacissime di intendere e di volere, utilizzano il corpo del bambino a scopo economico, il che significa ridurre il bambino in schiavitù. Questo viene punito come viene punita l’extraterritorialità: nei confronti dell’uomo occidentale, benestante, con famiglia che va nei paesi sottosviluppati ed ha rapporti sessuali con minorenni, la legge prevede che al rientro nel paese di appartenenza, nel caso ci sia una denuncia (ma il problema è spesso che la denuncia non si fa, perché in quei paesi si fa sesso per mangiare), in Italia come in altri paesi è sancito il principio di punibilità che precedentemente non c’era. Queste sono conquiste importanti.

Come fanno queste persone a convincere i bambini? E’ importante dire alcune cose: nelle perquisizioni che sono state fatte a casa di pedofili, oppure di abusatori di bambini, sono state trovate molte cassette pornografiche con atti sessuali tra adulti e bambini, per convincere i bambini che quei bambini del film godevano e stavano bene. Perché tutto questo? Perché il bambino dentro di sé, a qualsiasi età, ha un senso del limite e su questo puntiamo nell’educazione e nella prevenzione. Con queste scene riescono a convincere i bambini, perché questi fanno sempre resistenza; anche quando si affrontano i racconti fatti da grandi sull’abuso subito da bambino, troviamo sempre che i bambini non volevano, nessuno è contento; invece nell’abuso vengono convinti a questo ma gli viene lesa la struttura interiore e la consapevolezza di se stessi. Il senso di colpa di cui restano prigionieri viene sciolto solo quando sono grandi, con molta pazienza e con la psicoterapia. Nella prevenzione dobbiamo contare su questa sensazione interiore dei bambini, che sono competenti a sentire che alcune cose non vanno fatte. Un adulto riesce a convincerli facendo leva sul punto di massima fragilità, quello della perdita dell’affetto: se si tratta di un genitore o di un parente i bambini temono molto la perdita dell’affetto, e nell’abuso intrafamiliare l’aspetto più forte è proprio la minaccia di perdita dell’affetto se non mantengono il segreto.

Per questo diciamo - e lo diciamo anche ai bambini - che una sessualità con la caratteristica del segreto non è una buona sessualità; la buona sessualità è qualcosa di normale, di naturale, è energia positiva, pertanto non deve essere segreta e non deve passare sotto silenzio e noi genitori e adulti ci dobbiamo preparare a parlarne. I ragazzi, normalmente, hanno tante domande da fare e, se vedono l’adulto sicuro e tranquillo su questi temi, allora parlano perché considerano la sessualità come evento normale della vita. Quando affrontiamo il tema della sessualità con bambini e ragazzi è bene farlo con tranquillità perché è il silenzio che caratterizza l’elemento anormale della sessualità.

Proviamo a scoperchiare il cesto delle emozioni in maniera tranquilla e poi, solo dopo, proviamo ad affrontare la questione del disagio, mai l’inverso. Nella fase dell’adolescenza i ragazzi rivolgono le domande per sentirsi normali; qualsiasi nostro ragionamento deve parlare degli aspetti della normalità, della naturalezza, dopo possiamo trattare della prepotenza, della violenza e di tutti quegli aspetti così particolari e difficili per loro.

Se analizziamo l’incidenza del fenomeno in Italia vediamo che la società è ovviamente cambiata, siamo in una situazione di benessere, non ci sono più bambini abbandonati, troviamo le forme di abuso e di privazione affettiva all’interno di reti di relazioni sociali, affettive e familiari all’apparenza normali. Allora dobbiamo essere in grado di muoverci in un ambito più subdolo, su privazioni psicologiche diverse da quelle di prima. Le ricerche e i dati ISTAT ci dicono che il segreto e l’omertà sono un po’ superati rispetto al passato: nel ’93 le denunce di violenza fatte da minori di 14 anni sono state 167, mentre nel ‘96 sono state 506 e questo dimostra che la denuncia (la rottura dell’omertà) è aumentata. Gli ultimi dati CENSIS del 2000 parlano di oltre 20.000 abusi all’anno in Italia, una cifra elevatissima, quasi due bambini su mille. Di questi il 2% avviene ad opera di sconosciuti, l’8% ad opera di persone che ruotano attorno al bambino ma estranee alla famiglia, il 90% è abuso intrafamiliare. Sono dati impressionanti. Il ruolo dell’abusatore è coperto in ordine di percentuale dal padre naturale, dal convivente, da un altro parente stretto. Solo il 20% di questi casi arriva alla magistratura per denunce.

Ci dobbiamo chiedere perché non arriva la denuncia. Il nostro istituto ha studiato questo fenomeno ed ha tentato di trovare delle risposte: il problema fondamentale è che il bambino che ha subito la violenza in famiglia ha paura di perdere l’affetto dei genitori, sia del padre che ha agito la violenza - in prevalenza chi abusa è di sesso maschile - che della madre che a volte viene coinvolta o per piacere personale o per garantirsi il silenzio. E il bambino ha anche ragione ad avere timore, perché nel momento in cui viene forzato a parlare avverrà la rottura, verrà minacciato di più, verrà istaurato il clima dell’omertà, in altre parole ha paura di perdere la struttura familiare. Immaginate cosa può voler dire perdere la struttura degli affetti per un bambino di 6, 7, 8 anni. Si tratta di un fattore importante del quale tener conto, perché nel momento in cui i genitori vengono a sapere che il bambino ha detto alcune cose e che si stanno muovendo tutta una serie di reti, possono agire con forme di ricatto e il bambino arriva a negare dicendo che si è inventato tutto. Altro aspetto è la vergogna e la paura del giudizio di altri adulti o dei compagni. L’aspetto peggiore è quando l’abuso viene condotto con tecniche seduttive - non sempre infatti si ricorre a tecniche di violenza - e in quel caso il bambino subisce un danno più grave perché nell’altra persona non riesce a vedere l’aggressore; rimane così un forte senso di colpa e l’incapacità di far emergere la rabbia. La rabbia è un sentimento negativo solo quando scade nella violenza, altrimenti puo’ salvare la vita: pensiamo al momento della nascita quando il bambino comincia a piangere e si arrabbia e così si riempie di aria i polmoni! Quando noi che lavoriamo con questi problemi riusciamo a liberare tutta la rabbia nei confronti dell’aggressore, notiamo che quello è il momento della ripresa della personalità. Quando viceversa questa rabbia non si esprime, perché non si riesce ad attribuire la colpa all’altro, allora il bambino si convince che la colpa sia solo sua, sviluppa la convinzione di essere cattivo, sbagliato.

La famiglia abusante - come molti studi hanno ormai dimostrato - ha caratteristiche molto precise: si tratta di genitori che non hanno il concetto empatico degli altri, non sentono l’empatia, non si rendono conto fino in fondo del danno e del dolore che causano al bambino, e questo è un grave danno perché a sua volta il bambino abusato, diventato grande, potrebbe non strutturare un sentimento di solidarietà, non sentire il dolore degli altri.

Si dice che l’abuso sessuale intrafamiliare si manifesta per tre generazioni: c’è qualcosa nel padre abusante che è complicato anche nella famiglia dei nonni.

Questi genitori non hanno la competenza empatica, non considerano i bambini separati da sé ma come un prolungamento di se stessi e quindi non li rispettano, e riescono sempre a utilizzare i bisogni dei bambini - nonostante le loro lamentele, resistenze e rifiuti - a proprio vantaggio; quindi c’è l’assoluta mancanza di rispetto del bambino come persona, atteggiamento che si manifesta sul piano sessuale ma anche su quello della relazione affettiva. Durante i colloqui con questi genitori, emerge da loro che la colpa è sempre dell’esterno, della società che non li ha aiutati o dello stesso bambino che è troppo seduttivo, che ha attirato l’attrazione, che ha avuto atteggiamenti provocanti; la colpa è sempre degli altri e il bambino diventa il capro espiatorio.

Ci sono due tipi di famiglie abusanti: una in cui la madre è assente ( morta o separata) e la figlia la sostituisce nel ruolo di moglie/compagna, anche con il ruolo di accadimento dei fratelli. L’altro tipo è quella già descritta nella quale manca completamente il senso del rispetto del bambino e l’abuso è compiuto come atto predatorio, la moglie è coinvolta per garantirsene il silenzio; in questo caso i bambini strutturano un senso di ambivalenza nei confronti della madre, amore/rabbia, e anche il senso di colpa per aver indotto l’abuso. Addirittura vengono date delle consegne ai bambini: se mi avvicino a te chiudi la porta a chiave, se vengo a toccarti mettimi fuori dal letto…, ci sono proprio consegne rivolte a bambini anche piccoli, di 4, 5 anni che implicano forme di responsabilità di tipo genitoriale che non sono in grado di gestire; nel momento in cui falliscono, gli adulti li disprezzano e si arrabbiano ancora di più perché non li hanno respinti.

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Intervento: questo concetto del bambino che puo’ provocare non appartiene solo agli abusatori: sono rimasta male nel sentire una persona un po’ anziana che, come una volta si diceva che l’atteggiamento di certe donne provoca gli uomini, diceva che a volte anche i bambini e i ragazzi hanno responsabilità nell’attirarsi certe attenzioni.

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Dobbiamo tener presente questo aspetto anche nell’educazione dei maschi, che sono più abusatori di quanto lo sono le donne. Se analizziamo il gruppo adolescenziale del branco, notiamo spesso l’idea di potenza e mascolinità passa attraverso l’uso della forza, come modello nel quale i ragazzi si identificano. Noi dobbiamo fare un lavoro di informazione e prevenzione, sulla sfera sessuale-affettiva e relazionale, sulla quale strutturare una relazione di rispetto. Noi parliamo di complementarietà positiva e pari opportunità cognitive. Cosa significa questo? Pari opportunità cognitive perché prima di essere maschi e femmine siamo persone con un cervello e un’intelligenza e quindi speriamo che tutti abbiano l’opportunità di esprimerla, non credo che ci vada bene il burka, cioè la possibilità che la donna (o anche l’uomo), possa non esprimersi; poi diciamo complementarietà positiva perché maschile non è uguale a femminile, quindi ci sono specifiche caratteristiche maschili e femminili sulle quali dobbiamo lavorare per costruire alleanza e rispetto reciproco. La sessualità va costruita al di là del concetto dell’istinto. Spesso l’istinto è stato considerato uguale alla sessualità; no, l’istinto è una componente della sessualità ed è controllabile. Oggi si dice che la sessualità è passata dall’ipotalamo alla corteccia, che sono due zone importantissime del cervello: l’ipotalamo è la sede delle emozioni primarie, e quindi dei nostri istinti, la corteccia, che altre specie animali hanno in quantità minore, è la sede della cultura, dell’apprendimento. Quindi la sessualità, come tutto il resto, è oggi cresciuta nel tempo ed è diventata una sintesi di aspetti istintivi, relazionali-affettivi, percettivi, è diventata qualcosa di complesso, come noi siamo complessi - non siamo più esseri semplici, siamo diventati complessi - quindi è un atto complicato e bello proprio perché porta nella ricchezza dell’essere umano il gioco di tutto questo. Nessuno oggi puo’ dire culturalmente e socialmente - se non un malato grave - di essere preda degli istinti; gli istinti sono controllabili e la sessualità puo’ essere un atto rispettoso costruito non sull’istinto ma su altri mezzi più competenti. Costruire la seduzione per un adolescente è molto difficile perché è un atto di competenza, non è una cosa semplice (talvolta i ragazzi mi dicono: dottoressa, non so conquistare le ragazze, mi aiuti), è un atto complesso perché è frutto dell’intelligenza, dell’affettività, dei libri che si leggono, delle storie che si vedono, dei modelli familiari, è cultura; quindi va costruita con delle competenze, ciascuno le sue, il suo stile, però non è certo un atto banale. Quindi la sessualità è diventata complessa come tutto il resto. La nostra cultura ci porta ad avere una visione della famiglia diversa, una visione della società diversa e una visione diversa anche della sessualità. C’è anche un’affermazione del corpo diversa (gonne corte o lunghe, magliette aderenti, anche per i maschi, etc.) ma non possiamo esserne preda; se ne siamo preda significa che siamo molto malati. La sessualità puo’ essere governata, potrebbe essere un interrogarsi sulle capacità strutturali: se ho un altro modo di conquistare, se ho abbastanza fiducia in me per pensare di conquistare una donna con altri mezzi, se ho una certa personalità.

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Domanda di un insegnante che dice di avere una bambina che ha subito un abuso (non denunciato) del quale si vedono le conseguenze.

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Noi parliamo di sessualità perché un eventuale abuso subìto venga fuori e si possa entrare nella salvezza. Dobbiamo accettare però che un bambino non ne voglia parlare, ma se c’è un programma educativo il bambino ascolterà, puo’ darsi che non si senta di dire niente nel gruppo ma che poi in seguito l’intervento educativo possa essere di stimolo ad un’apertura, magari verso un adulto, in un dialogo privato. La miglior cosa che possiamo imparare è fare un buon ascolto perché questa è già una forma di aiuto molto grande.

Dato che sono presenti anche gli insegnanti, vorrei dare gli indicatori internazionali che danno la possibilità alle strutture educative vicine ai bambini (la scuola, ma anche i genitori) di leggere il disagio:

  • indizi precoci
  • affermazioni dirette dei bambini
  • cambiamenti improvvisi di comportamento
  • condizioni mediche.

Per sostenere l’accusa di violenza sessuale non è sufficiente solo l’indicatore comportamentale, ma è necessaria anche, se possibile, la visita medica, e soprattutto le affermazioni e le verbalizzazioni libere del bambino. Noi dobbiamo considerare due livelli: da una parte la validazione, che viene fatta da uno psicologo esperto in validazioni (perito del tribunale) che, attraverso tecniche molto precise e domande standardizzate (perché non si deve esercitare nessun tipo di influenza sul bambino) stabilisce se ha subito abuso e violenza sessuale, l’entità del danno psichico e fisico e l’entità del danno a lunga scadenza e le forme di recupero. Gli indicatori comportamentali sono rivolti agli insegnanti che già possono vedere e segnalare delle cose e poi ci sono due vie: l’obbligo della denuncia e la segnalazione.

Di indicatori che ci aiutano nel leggere le modificazioni del comportamento ce ne sono di tipo generico e di tipo più specifico.

Di fronte a quelli di tipo generico occorre cautela da parte degli insegnanti perché tra questi segnali ce ne potrebbero essere alcuni sintomatici di altre difficoltà e non necessariamente sempre di abuso sessuale.

Vediamo gli indicatori più generici:

  • comparsa di nuove forme di paura, per esempio degli estranei, che prima non si manifestava;
  • paura a rimanere con un particolare membro della famiglia, che prima non si manifestava;
  • panico o terrore a restare da soli;
  • paura di essere toccati (es. bambini che sussultano quando vengono toccati; ricordiamoci che i
    bambini, soprattutto piccoli, hanno un bel rapporto con il corpo: gli piace essere abbracciati,
    coccolati… );
  • cambiamenti di abitudine (es. perdita totale dell’appetito, aumento della irritabilità e della
    rabbia, dell’insofferenza, rifiuto a rimanere con persone specifiche).

Tra gli indicatori di tipo più specifico troviamo:

  • l’assunzione di posizioni adulte che mimano l’atto sessuale (siamo cauti, però, perché ai
    bambini di quattro/cinque anni, nella norma, piace fare giochi di gruppo e scoprire che l’organo
    genitale maschile è diverso da quello femminile, come per esempio nel gioco del dottore: si
    tratta della normale curiosità dei bambini che oltre che rivolgere delle domande, vogliono poi
    anche andare a vedere; di contro il mimare l’atto sessuale in maniera ripetuta e ossessiva deve
    farci stare più attenti);
  • l’informazione eccessiva sui temi della sessualità (quando, parlando con loro di sessualità,
    notiamo la ricorrenza della paura delle malattie o continuano a chiedere ripetutamente);
  • i giochi sessuali continui e ripetuti (es. la masturbazione - che è un fatto normale nella via - se
    ripetuta continuamente in modo ossessivo, può rappresentare un elemento patologico e ci deve
    spingere a cercare di capire cosa sta succedendo);
  • i cambiamenti improvvisi (anche nel rendimento scolastico, soprattutto all’interno della
    relazione con un adulto, che indica la cessazione della fiducia nell’adulto);
  • le situazioni anomale con i genitori, che si manifestano non tanto a parole, quanto nei giochi e
    con disegni di voler scappare di casa;
  • la comparsa di forme di depressione (la perdita della gioia di vivere e il calo improvviso
    dell’umore potrebbe essere un indicatore dell’abuso);
  • i processi di autocolpevolizzazione (abbiamo detto che nei casi di abuso il bambino si sente
    responsabile di quanto gli accade, tanto che alla fine si sente colpevole per tutto e basta un
    semplice rimprovero per far emergere il senso di colpa);
  • l’ipervigilanza (bambini che mostravano una buona sicurezza, improvvisamente hanno paura
    a fare i soliti semplici gesti - anche a salire le scale o a portare un foglio nella stanza accanto - e
    perdono il senso dell’autonomia;
  • la perdita del sonno e la comparsa degli incubi notturni (tipici quelli nei quali si sogna di correre
    ed essere rincorsi).

Altri indicatori sono inoltre quelli fisici generici: la comparsa di segni, lividi, contusioni, morsi, segni di sigarette, la difficoltà di deambulazione (specialmente nelle bambine di età di scuola materna), a tenere la posizione seduta, infiammazioni e infezioni ricorrenti alle vie urinarie, manifestazioni psicosomatiche (mal di pancia ricorrenti, mal di testa di intensità sostenuta e ricorrente…).

Altri indicatori più specifici sono alcuni atteggiamenti/competenze sessuali: bambini che baciano sulla bocca con la lingua, che vogliono con insistenza toccare i genitali di compagni/e, che hanno un linguaggio sessuale più improntato a comportamenti di stile adulto; di fronte a queste manifestazioni, è tuttavia necessaria una certa cautela perché a volte il bambino potrebbe solo riferire quanto ha sentito dal fratello o visto in televisione.

Gli indicatori specifici a livello fisico, riscontrabili dai pediatri in fase di visita medica, sono le cicatrici, la lacerazione dell’imene, le affezioni orali e tutte le malattie trasmissibili nel rapporto sessuale: gonorrea, h.i.v., sifilide, etc. Ho avuto modo di partecipare ad un convegno nel quale esperti pediatri in questo campo mostravano una documentazione di diapositive piuttosto impressionante riferita anche a bambini al di sotto del primo anno di vita.

Noi dobbiamo tenere in considerazione il fatto che anche l’abuso sessuale si muove sui toccamenti, sulla stimolazione orale, si manifesta con cose sulle quali non ci sono cicatrici. Ecco perché, nel riconoscimento dell’abuso, pur tenendo conto dei risultati della visita medica, si tiene molto più in considerazione il racconto degli stessi bambini: le cicatrici potrebbero chiudersi nell’arco di una quindicina di giorni e non sempre potrebbero consentire di definire con certezza l’abuso sessuale; in questi casi si tiene in maggiore considerazione la storia, il racconto spontaneo, le manifestazioni emotive spontanee del bambino.

Di fronte a queste grandi sofferenze fisiche e psicologiche dei bambini noi adulti abbiamo una funzione importante, quella della prevenzione.

Cosa possiamo fare? Passare informazioni ai bambini, che devono trovare adulti competenti. Se i bambini hanno bisogno di aiuto, anche se c’è un adulto non affidabile, ci saranno comunque altri adulti capaci e affidabili: se non è il proprio genitore, potrà essere il genitore dell’amico, l’insegnante, comunque devono poter trovare un adulto che li possa aiutare in una situazione di forte disagio. Nel lavoro di prevenzione non possiamo mettere un’enorme paura ai nostri figli, dobbiamo dar loro degli strumenti per essere più forti e, in caso di pericolo e di rischio, saper rivolgersi agli adulti, a quelli che sentono più affidabili di altri. Il bambino, da solo, non ce la fa a proteggersi, ha bisogno di adulti che lo aiutino.

La risorsa maggiore per un bambino è trovare in casa, e anche fuori, è qualcuno che lo ascolti, che gli creda e che lo aiuti; dobbiamo insegnargli a rivolgersi a noi. Far crescere i bambini, in questo senso, è un processo lungo e difficile. Come si fa a farli sentire più forti e più competenti? Noi diciamo che bisogna sedersi accanto ai bambini: la cosa più rischiosa che noi psicologi notiamo nel rapporto adulto bambino è che i genitori parlano poco con i figli perché c’è poco tempo. Il rapporto va costruito negli anni, non possiamo pensare di cominciare un giorno, all’improvviso. Anche l’ascolto delle storie, il sedersi accanto ai bambini, parlare della novella (in Cappuccetto Rosso c’è la seduzione; in Pinocchio si gioca la carta dell’inganno… ); la novella è quel gioco in cui il bambino entra dentro, con l’adulto accanto che lo aiuta a commentare e gli permette di uscire per trovare le risorse, attraverso l’attivazione delle domande che lo coinvolgono a trovare delle soluzioni (cosa avresti fatto tu se ti fossi trovato nella situazione di Cappuccetto Rosso?). Si tratta di un gioco che permette di entrare nell’inganno e di uscirne, di riflettere su quali sono le situazioni e le persone delle quali ci si può fidare, quando ci si può fidare, cosa devono dimostrare le persone perché ci si possa fidare veramente. Si tratta di strutturare attraverso un’educazione affettiva e relazionale il concetto di crescita.

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Un genitore chiede come si puo’ spiegare ad un bambino cos’è un pedofilo

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Noi come istituto abbiamo elaborato dei libri per la scuola materna e per quella elementare nei quali si insegna come è possibile, da parte degli educatori e dei genitori, mettersi accanto al bambino, anche attraverso dei giochi, insegnandogli a discriminare intanto che cosa gli piace e che cosa non gli piace: è importante costruirgli piano piano questa competenza perché non va bene che un bambino possa sottostare ad un abbraccio che non gli piace (a volte puo’ non gradirlo anche dal genitore), oppure che debba mangiare cose che gli fanno schifo …; quindi “mi piace”/”non mi piace” è qualcosa di importante. Questi libri possono essere letti insieme al bambino in cui si insegna a discriminare perché il piacere è importante e va costruito anche a livello percettivo, dobbiamo cercare di farli crescere con l’idea che non sono tenuti all’ubbidienza assoluta agli adulti, per la crescita ha valore anche la disubbidienza.

Quando i bambini ci mostrano un disagio ci propongono un nuovo modo di interpretare i loro bisogni e il nostro ruolo di adulti è quello di capire e pensare a soddisfare i bisogni dei bambini. Se un bambino segnala un disagio ci chiede di rimettere in discussione la nostra interpretazione dei suoi bisogni. Noi non possiamo crescere i bambini con troppe proibizioni ma dobbiamo renderli più forti perché siano capaci di difendersi e anche di dire di no. Per bambini di scuola elementare e anche media esiste un bel libro, fatto in collaborazione con la Francia, che aiuta a crescere con la capacità di distinguere ciò che puo’ piacere da cio’ che non piace e a dire no quando qualcosa non piace.

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Un genitore chiede come possiamo insegnare ad un bambino quando deve dire sì e quando deve dire no

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Dobbiamo costruire delle regole: il no di cui parliamo non è quello che nasce da un capriccio, è un no motivato. La costruzione di regole è un tema fondamentale: se le regole sono discusse dal genitore o dall’educatore in maniera competente, facendo vedere i vantaggi di regole, all’interno di qualunque gruppo sociale (la famiglia, la scuola, etc.), che ci consentono di vivere meglio. Ad esempio già alle scuole materne si insegna la regola di riordinare i giochi, motivandola perché così il giorno dopo si possono già trovare in un certo modo; bisogna sempre spiegare il perché di una regola, specialmente con gli adolescenti le regole devono essere molto chiare e motivate e qualche volta, attraverso il dialogo, dobbiamo arrivare anche a una certa negoziazione. L’adolescente è nella fase in cui si demarca l’io e quindi avrà più facilmente atteggiamenti di opposizione, quindi nasceranno nuove regole, diverse da quelle dell’infanzia, di cui in questo momento ci stiamo occupando. Ci sono anche gli adolescenti abusati, però se da una parte più i ragazzi diventano grandi più potrebbero vivere il conflitto dall’altra potrebbero anche avere più energie per reagire. Per esempio un abuso a otto mesi o a un anno è meno doloroso, perché spesso le persone non se lo ricordano, ma lascia un vuoto dentro: a un certo punto diventerà sintomatico perché la sessualità non funzionerà, senza apparente motivo, e quindi dovremo ricercare e ricostruire il trauma. Via via che il ragazzo cresce, invece, pur avendo più sofferenza e quindi più conflitti (amore, colpa, rabbia …) se vengono aiutati trovano più facilmente la forza per uscirne. Le risorse fondamentali per l’abuso extrafamiliare sono i genitori, che devono credere alla storia, devono far fare la visita, collaborare alla denuncia, lavorare perché l’abusatore venga trovato … e quindi la famiglia deve essere sostenuta. In questi casi la famiglia passa spesso una crisi forte (senso di colpa per non aver protetto il bambino e per non sentirsi bravi genitori, il timore di conseguenze irreversibili, la paura per gli altri figli …) per cui quasi sempre necessita di sostegno psicologico e va responsabilizzata perché costituisca la risorsa per il dolore del bambino considerando il dolore del bambino prioritario rispetto al proprio e sostenga adeguatamente anche fratellini e sorelline perché spesso si instaura un circuito della paura. Anche aprire un dialogo con i bambini sulla sessualità è importante per far superare l’evento perché se il genitore ha più vergogna del bambino allora sono guai; quindi i genitori vanno preparati perché possano sostenere il bambino con un discorso educativo adeguato alle sue risorse. La famiglia deve avere fiducia e credere nel bambino perché se non gli crede la sua autostima tende a calare.

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Genitore: noi cerchiamo sempre di aprire un dialogo sulla sessualità con il nostro bambino, dicendo anche che se gli capitano cose strane che lo lasciano perplesso deve parlarne con noi. Ma un bambino (di 9 anni) capisce cosa significa parlare con i genitori di una cosa che lo mette a disagio?

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Sì, per un bambino di questa età è comprensibilissimo, se si apre un ascolto e un dialogo sulla sessualità (usando anche la parola, che i bambini conoscono benissimo) in maniera normale e tranquilla. Noi dovremmo proprio dirgli che se ci sono cose sulla sessualità che non sa, che vuole sapere, che lo preoccupano, siamo disponibili e pronti a parlarne. Poi si possono comprare dei libri per ragazzi, si puo’ cercare di prepararsi e di trovare anche un linguaggio più adatto per dare delle risposte, cosa utile per tutti gli argomenti oltre a quello della sessualità. Sui temi della sessualità, comunque, è bene sempre aprire un dialogo, indipendentemente dal disagio; i ragazzi hanno bisogno che genitori e insegnanti siano competenti anche nel parlare loro di sessualità, altrimenti li lasciamo alla pornografia. Noi adulti dobbiamo essere competenti, conquistare la fiducia dei ragazzi e non lasciare che l’informazione arrivi solo dal gruppo dei pari, che non è competente come noi sul piano relazionale-affettivo.

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Intervento di un genitore sull’abbigliamento a suo giudizio troppo provocante della figlia adolescente

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L’adolescenza è una fase della vita particolare con regole particolari, è una fase in cui il corpo conta molto di più rispetto ad altre fasi della vita: gli adolescenti si specchiano, si spogliano, si rivestono, stanno molto attenti al look … piano piano dobbiamo insegnargli che il corpo è importante e bisogna fare in modo che piaccia a noi e agli altri ma che accanto al corpo poi c’è la simpatia, la relazione, l’accoglienza, l’intelligenza, altre qualità che possono connotare una persona. Gli adolescenti sono più fragili in queste qualità e quindi danno maggiore importanza al corpo proprio perché è meno strutturata la loro consapevolezza di sé, quindi bisogna aiutarli a scoprire anche le altre qualità oltre a quelle del corpo.

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Intervento di un genitore che esprime la sua paura (ma anche quella di altri genitori) che la sua bambina possa essere rapita e l’ansia di non perderla mai di vista

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Non perdere di vista i bambini è un bene ma se il controllo è eccessivo, se la bambina è poco abituata al tema dell’autonomia, potrebbe essere in realtà più preda; bisogna stare attenti all’eccesso di protezione perché rendiamo i figli più fragili. Non possiamo mettere in testa ai bambini che tutto il mondo è cattivo, perché creiamo una struttura paranoide, che è una struttura psichiatrica; quindi dobbiamo fare attenzione che, per proteggerli dall’abuso, alla fine non creiamo un danno peggiore. Le paure devono essere un po’ calibrate e il genitore ha anche la funzione di sostenere le paure, altrimenti si fa sostenere dal bambino. Il processo di autonomia va accompagnato ma la capacità di autonomia va incrementata: noi dobbiamo cercare di salvaguardare i bambini ma dobbiamo anche insegnargli a sapersela cavare, ad avere fiducia, a rivolgersi alla famiglia … attraverso regole che possono essere divieti motivati ma anche permessi.

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BIBLIOGRAFIA

Educazione sessuale

Educazione sessuale come prevenzione : nuovi modelli per la famiglia, la scuola, i servizi / Roberta Giommi, Marcello Perrotta. - Edizioni del Cerro, 1998

Maschi e femmine, il mio corpo, io e il mondo, come sono nato : programma di educazione sessuale 3-6 anni / Roberta Giommi, Marcello Perrotta. - Mondadori, 1992

Maschi e femmine, sto crescendo, io e gli altri, come sono nato : programma di educazione sessuale 7-10 anni / Roberta Giommi, Marcello Perrotta. - Mondadori, 1992

Ragazzi e ragazze, come cambia il mio corpo, il gioco, l’amicizia, l’amore : programma di educazione sessuale 11-14 anni / Roberta Giommi, Marcello Perrotta. - Mondadori

I cambiamenti, i ruoli sessuali, vivere la sessualità, il gioco, l’amicizia : programma di educazione sessuale 15-18 anni / Roberta Giommi, Marcello Perrotta. - Mondadori

Abuso sessuale e pedofilia

Dalla parte dei bambini / Fortunato Di Noto, Domenico Formica. - Sperling & Kupfer, 2002

I labirinti della pedofilia: origini, storia e testimonianze : una guida preziosa per aiutarci a proteggere i nostri bambini / Gloria Persico. - Newton & Compton, 2001

Il quaderno di Axi : per non lasciarli nella vergogna / Loredana B. Petrone. - Ma.Gi., 2000

Pedofilia : per saperne di più / Anna Oliverio Ferrarsi, Barbara Graziosi. - Laterza, 2001

Riconoscere e ascoltare il trauma : maltrattamento e abuso sessuale sui minori: prevenzione e terapia. - Franco Angeli, 2001

Il volto e la maschera . il fenomeno della pedofilia e l’intervento educativo / Anna Oliverio Ferrarsi, Barbara Graziosi / Valore scuola, 1999

 

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