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documento
Centro di Documentazione Educativa del Comune
di Bagno a Ripoli
NUOVE FAMIGLIE, NUOVI BAMBINI
LA SFIDA DELLA GENITORIALITA’
Cinzia Mion
Stage per genitori e
insegnanti
31 marzo – 1 aprile 2006
A cura del Centro di
Documentazione Educativa
(trascrizione non rivista dalla relatrice)
Settembre 2006
INDICE
Presentazione
Questo piccolo opuscolo rappresenta la
trascrizione dell’intervento della dott.ssa Cinzia Mion nello stage
“Nuove famiglie, nuovi bambini : la sfida della genitorialità” e
dell’ampio dibattito suscitato.
Lo stage, organizzato per genitori e insegnanti nell’ambito della
pluriennale iniziativa GENITORI SI DIVENTA, si è proposto come
riflessione su alcune tematiche connesse al ruolo dei genitori: quanto
le aspettative che proiettiamo sui figli influiscono sulla loro crescita
psicologica, come comprendere e rispondere ai bisogni che i figli
manifestano, come affrontare le differenze di genere e quali sono gli
stereotipi legati ai diversi ruoli maschile e femminile sia per quanto
riguarda gli adulti che per i bambini e le bambine, i ragazzi e le
ragazze.
Centro di Documentazione Educativa
I vostri figli non sono i
vostri figli.
Sono i figli e le figlie della Vita che li ha chiamati a sé.
Essi non vengono da voi, ma attraverso voi.
E non vi appartengono benché viviate insieme.
Potete dar loro il vostro amore ma non le vostre idee,
perché essi hanno le loro proprie idee.
Potete accogliere i loro corpi ma non le loro anime,
poiché le loro anime abitano la casa del domani,
che non potete visitare neanche in sogno.
Potete cercare di imitarli
Ma non tentate di renderli simili a voi.
Perché la vita non va indietro e non si attarda sul passato.
Kahlil Gibran, Il Profeta
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pagina
Cinzia Mion, psicologa, dirigente
scolastica
Farò un’introduzione relativa agli sfondi culturali sui quali la scuola
e gli educatori si trovano oggi ad operare, alle tendenze e alle derive
che alcuni filosofi e psicologi stanno denunciando per i giovani di oggi
e ad alcuni concetti fondamentali sul significato dell’educazione.
Sfondi culturali
La cultura della complessità
Dobbiamo avere la consapevolezza che oggi siamo immersi in una cultura
che viene definita della complessità, che ha soppiantato quella
precedente - della linearità - contraddistinta da certezze e
caratterizzata da una logica binaria, cioè una logica per cui si
potevano valutare gli aspetti, le situazioni, i valori, attraverso un
modo molto specifico e molto certo: giusto o sbagliato, vero o falso,
bianco o nero. Oggi questo non è più possibile perché la realtà è molto
complessa e sfumata per cui noi dobbiamo riuscire a dare valutazioni
diverse coniugando logiche diverse. Prendiamo come esempio la
multiculturalità e l’intercultura: affrontare il problema del pluralismo
culturale significa tenere insieme due logiche contrastanti -
l’uguaglianza e la differenza - che fino a 20 anni fa sembravano
incompatibili tra loro. La soluzione del pluralismo interculturale
consiste nel tenere insieme il valore freddo (razionale) del diritto,
per cui dobbiamo considerarci tutti uguali, con il valore caldo
(affettivo) dell’appartenenza, dell’identità, etc., che ci parla,
invece, di differenza. Oggi la nostra mente è in grado di concepire una
coniugazione di queste due logiche completamente diverse di affrontare
il problema. Lo stanno affrontando anche i nostri figli nella scuola: i
nuovi amici e compagni che vengono da altri paesi, da altre culture, da
altre religioni, vanno considerati uguali ma va anche tenuta in
considerazione la loro diversità, altrimenti si nega un aspetto
dell’intercultura. Intercultura non deve significare omologare, fare in
modo che gli altri diventino uguali a noi, perché questo non è rispetto
per la loro differenza.
Dico questo per far capire che la cultura, un po’ alla volta, è cambiata
e la complessità ci richiede pensieri ‘difficili’. E a proposito di
pensieri difficili voglio citare un’intervista fatta qualche anno fa al
neuropsichiatria Massimo Picozzi in relazione alla perizia da lui fatta
sui giovani di Novi Ligure. Alla domanda sul perché questi due ragazzi,
che erano considerati normali, potevano essersi macchiati di delitti
così terribili ed efferati, Massimo Picozzi ha risposto “Perché oggi né
la scuola né la famiglia insegnano ai bambini e ai ragazzi a pensare
pensieri difficili”. Poi vedremo cosa significa e, insieme, faremo anche
dei “pensieri difficili”, perché è evidente che sempre più oggi il
compito del genitore diventa difficile e lo dimostra anche la frequenza
di corsi per il sostegno alla genitorialità.
Il predominio del fare sul pensare
Io credo che ognuno di noi, se prova ad autoosservarsi e a sentire che
cosa accade dentro alla frenesia del vivere quotidiano, si accorgerà che
questa frenesia lo porta a soprassedere rispetto ai momenti in cui sente
che dovrebbe riflettere: l’incalzare del fare ci porta lontano dal
pensare effettivo.
Il predominio dell’avere sull’essere
L’avere (possedere oggetti, consumare …) è una tendenza che sta
contrassegnando i nostri tempi e che già Umberto Galimberti ha definito
tra i nuovi “vizi”della società odierna.
La multilogica e la multiculturalità
alle quali ho già fatto riferimento in precedenza.
La perdita del legame sociale
La filosofa Elena Pulcini afferma che l’individualismo moderno (inteso
come attenzione a sé) ha creato la perdita del legame sociale: i nostri
rapporti all’interno della comunità diventano sempre meno solidali,
diventano sempre meno relazioni fiduciarie, viviamo gli uni accanto agli
altri e difficilmente riusciamo a rompere questo isolamento che
l’individualismo ha portato ad evidenziare. Pensate a come è andato
sparendo nel tempo il concetto di “vicinato” che esisteva trenta o
quaranta anni fa. Il vicinato era quella rete di relazioni che ci
permetteva, un tempo, di affidare i nostri figli all’occhio del vicino
che, guardando dalla finestra, poteva osservare i giochi dei bambini e
poteva intervenire se vedeva qualcosa che non andava per il verso
giusto. Il concetto di vicinato si è dissolto, c’è stata questa perdita
del legame sociale.
Il sorgere dell’individuo senza passioni
Su questo dobbiamo concentrare molto la nostra attenzione perché i
nostri giovani oggi rischiano di diventare individui senza passioni,
senza un fuoco interno che li porta a cercare di raggiungere qualcosa, a
spendere delle energie, ad avere degli ideali. Credo che questo ci debba
preoccupare e che sia possibile intervenire abbastanza presto per
evitare che accada. L’individuo senza passioni è un soggetto debole e
apatico, da cui nasce il narcisismo patologico (Elena Pulcini).
Il consumismo,
che credo sia sotto gli occhi di tutti, rispetto al quale i giovani
consumano anche il presente, senza riuscire a progettare il loro futuro
e ad avere radici rispetto al loro passato.
Il conformismo,
che meriterebbe una lunga riflessione.
La spudoratezza
Possiamo facilmente constatare quanto sta diventando sempre più
importante apparire anziché essere. Pensiamo a certi fenomeni televisivi
per cui per poter apparire anche solo dieci minuti alla televisione
qualche giovane sarebbe disponibile a fare chissà quali sacrifici! E’
come se non si esistesse se in qualche modo non si puo’ apparire.
La sessomania
La sociopatia,
che Galimberti ridefinisce socioapatia (il problema dell’individuo senza
passioni).
Il diniego,
inteso come negazione.
Il vuoto,
che è quello che ci interessa di più in relazione ai giovani: la
difficoltà a dare un senso all’esistenza, a chiedersi il significato
della propria vita, il consumarla giorno per giorno senza riuscire a
darle un senso. La noia: spesso i nostri giovani si annoiano e allora
succedono cose strane. Non so se ricordate cosa hanno risposto i ragazzi
che sono stati scoperti a gettare i sassi dai cavalcavia “Ci stavamo
annoiando, non sapevamo cosa fare ….”; per rompere la noia si inventano
delle trasgressioni molto azzardate. Un’altra caratteristica del vuoto è
l’incomunicabilità come presa di posizione. Chi ha figli adolescenti sa
che spesso i ragazzi non comunicano non perché non abbiano nulla da dire
ma come presa di posizione, quasi come se volessero punire il genitore
per qualcosa. Il vuoto assordato dalla musica a tutto volume: è come se
questo vuoto - all’interno del quale non riescono a chiedersi il senso
della loro vita e di come trascorrono il tempo - li spaventasse e allora
lo riempiono di musica assordante.
La sovrabbondanza e l’opulenza
che, sempre secondo Galimberti, sono addormentatori sociali. Avere
troppo addormenta la sensibilità sociale nei confronti dell’altro.
La freddezza razionale,
per cui si ha paura di soffrire e, con una specie di autoanestesia, non
si mette in contatto il cuore con la mente, evitando in questo modo di
soffrire.
Che cosa significa educare? In ultima
analisi educare è un processo dalla dipendenza all’autonomia: quando noi
educhiamo i bambini e i ragazzi la bussola che ci guida è che dobbiamo
renderli autonomi. A volte non lo facciamo, ma dovrebbe essere così.
L’educazione è sempre un rapporto asimmetrico. Mi piacerebbe chiedervi
se siete d’accordo su questo perché io credo che qualche volta sia forte
la tentazione di ridurre l’educazione ad un rapporto simmetrico e questa
tentazione si manifesta quando voi avete voglia di fare gli amiconi dei
figli o le amiche delle figlie. Provate a chiedervi che cosa cercate di
evitare in questi casi: quello che si cerca di evitare è il conflitto
con i figli, di cui abbiamo timore. Ma allora accade che in quel momento
il genitore abdica, abbandona lo spessore pedagogico della relazione con
i figli, abdica al fatto di essere realmente un genitore, perché la
caratteristica del genitore è quella di essere l’educatore dei figli.
Esaminiamo che cosa si intende per “autonomia” perché qualche volta
accade che il genitore, anche senza volerlo, non lavori realmente per
l’autonomia dei figli perché teme il distacco.
Prima di tutto vediamo che cosa dobbiamo intendere per persona autonoma:
▪ non è una persona che fa a meno degli altri, che non ha legami
significativi: a volte per autonomia si intende l’indipendenza da legami
significativi, ma l’autonomia non è questa;
▪ non è una persona che pensa esclusivamente con la propria testa: anche
in questo caso c’è l’equivoco di ritenere autonomo chi non si confronta
mai con nessuno;
▪ non è una persona che non è impegnata nei confronti della comunità:
questa più che autonomia è isolamento, individualismo;
▪ non è una persona che non ha limiti, confini, regole: a volte si
definisce autonoma una persona che invece è quasi un’asociale.
Allora quali sono le caratteristiche di una persona autonoma?
▪ Ha superato la relazione di dipendenza nei confronti dei propri
genitori ma nutre per loro affetto, amicizia, sollecitudine. Cioè prende
le decisioni importanti all’interno della coppia e della sua nuova
famiglia - non della famiglia di origine - anche se puo’ comunque
chiedere un consiglio. A volte, però, il cordone ombelicale continua
anche dopo che i figli si sono formati una loro famiglia.
▪ E’ capace di relazione profonda ma non simbiotica con un partner. In
una relazione simbiotica non c’è spazio per le due identità separate, le
due persone si confondono insieme. Se si nutre un rapporto simbiotico
con il figlio/a essi, a loro volta, cercheranno anche nella loro nuova
famiglia di ricostruire rapporti simbiotici e non rapporti rispettosi
dell’identità dell’altro.
▪ Ha una valida relazione genitoriale ed è capace di lavorare per
renderla superflua. Prima ho accennato al fatto che qualche volta i
genitori non lavorano per l’autonomia dei figli: essere capaci di
lavorare per rendere superflua la relazione genitoriale (quindi non
interferire sempre) significa che il rapporto di genitorialità educativa
dovrebbe allentarsi man mano che il figlio cresce e si crea la propria
famiglia. Capite cosa voglio dire? Che il genitore ama i figli, si
occupa di loro, ma non ha bisogno di loro per soddisfare i propri
bisogni, per nutrirsi affettivamente: bisogna lasciare ai figli lo
spazio per costruirsi la propria famiglia, bisogna renderli autonomi,
non dipendenti. La persona autonoma ha vagliato criticamente
insegnamenti e modelli ma si è creato un proprio sistema di valori e
convinzioni. Anche ai figli bisogna lasciare questo spazio perché si
creino un loro sistema di valori. Conoscete la poesia di Kahlil Gibran
che dice “I vostri figli non sono i vostri figli… “ dove si dice che i
figli hanno i loro pensieri e abiteranno il futuro che noi non possiamo
sapere come sarà. Questa cosa non è affatto scontata. Quando ero
direttrice didattica a Conegliano Veneto avevo fatto ingrandire questa
poesia e l’avevo appesa nell’ingresso, in modo che i genitori, entrando,
si incuriosissero e la potessero leggere. Un giorno un genitore è
entrato e l’ha contestata moltissimo ed ha anche tolto uno dei due figli
(l’altro si è opposto) perché non ha sopportato che si dicesse che i
figli dovevano pensare con la loro testa. Lui ha capito subito che la
scuola intendeva creare una mente critica nei ragazzini. Ovviamente i
condizionamenti esistono ma, in relazione alle sue convinzioni, questa
cosa non gli è piaciuta affatto. Quindi non è scontato che noi genitori
permettiamo che poi i figli alla fine ragionino con la loro testa.
▪ E’ sufficientemente critica da non lasciarsi condizionare
dall’ambiente. Ha una rete di amicizie e di relazioni fiduciarie che ne
arricchiscono il capitale sociale. ‘Capitale sociale’ è un’espressione
nuova che indica la rete di relazioni fiduciarie che ognuno di noi
riesce a stabilire nel suo ambiente. Esiste un capitale fisico (i nostri
possedimenti, le nostre ricchezze), esiste un capitale umano (le
conoscenze che noi e i nostri figli abbiamo, tant’è vero che si dice che
ciò che conta oggi in un paese sono le intelligenze e i capitali umani,
vale a dire quel sistema di istruzione e formazione scolastica che
riesce a far crescere le intelligenze e le competenze delle persone;
quindi un paese è ricco se ha un buon capitale umano, se ha cittadini
istruiti) ed esiste un capitale sociale, che sono le relazioni che
ognuno di noi riesce a costruire e che le due istituzioni - scuola e
famiglia - costruiscono insieme (questo è un capitale sociale di una
comunità).
▪ E’ in grado di esprimere e di non agire le proprie emozioni. E’ in
grado di esprimere nel senso che sa parlare dei suoi timori, delle sue
paure … e poi parleremo di come i genitori dovrebbero saper accompagnare
l’educazione emotiva dei figli. Sa esprimerle e non agirle significa che
se ci sentiamo danneggiati da qualcuno sappiamo parlare di questo senza
aggredire l’altro. Agire la rabbia significa aggredire; esprimere,
invece, significa dire “ti prego, non comportarti più così perché il tuo
comportamento mi danneggia, io mi sento arrabbiato perché mi stai
danneggiando”. Esprimere ha un significato completamente diverso
dall’agire e ai ragazzi questo va insegnato.
▪ Sente le responsabilità sociali.
▪ Ha relazioni di lavoro soddisfacenti ma non è schiavo del proprio
lavoro. Apprezza i beni (es. denaro, casa, sport, tecnologie, cibo, …)
per quello che valgono ma non se ne rende dipendente.
Essere genitori significa possedere adultità, quindi essere autonomi
(perché siamo adulti se siamo autonomi) ed essere in grado di prendersi
cura e fare da guida. Il prendersi cura è abbastanza scontato, anche se
non sempre la qualità della cura puo’ essere di ‘ottima fattura’; oggi
anche i padri hanno imparato a prendersi cura dei piccoli (bambini fino
ad un anno), sono anche orgogliosi di fare i ‘padri marsupiali’ , di
portare in giro il bambino – con il marsupio o con il carrozzino – di
cambiarli, di spupazzarli …
Diventa molto più difficile il passaggio dalla cura alla guida perché,
man mano che i bambini crescono, i genitori devono imparare a fare anche
da guida. E in che cosa consiste? Si comincia non appena i bambini
passano i due anni e attraversano quella fase ormai nota
dell’opposizione, del dire no a tutte le proposte e a tutti i divieti
dell’adulto. Verso i due anni il bambino deve incontrare i divieti
perché, cominciando a camminare e a muoversi da solo, il genitore
comincerà a dirgli “non salire su quella sedia”, “non sporgerti dalla
finestra”, etc….. Cominciando i divieti, cominciano i NO e in educazione
il NO è un passaggio un po’ delicato perché deve essere caratterizzato
da due costanti: la coerenza e la perseveranza. La coerenza perché un
genitore non puo’ permettere ciò che è stato negato dall’altro, la
perseveranza perché la validità di una regola deve durare nel tempo, a
meno che non succeda qualcosa di eccezionale che permette di
interrompere quella stessa regola: se oggi diciamo NO a qualcosa non
possiamo domani cedere e dire SI perché magari il bambino ci esaspera e
noi vogliamo stare tranquilli a guardare la televisione. Voi sapete
meglio di me che la costanza dei bambini è molto più forte della mancata
perseveranza dei genitori: loro sanno sfibrarci e lo fanno quando noi
abbiamo lasciato cadere la perseveranza anche una sola volta; è
sufficiente una volta che il bambino riesca a strapparci un SI, al posto
di un NO perché lui sappia che ci puo’ riprovare. Se lasciamo che la
nostra caratteristica di guida rigorosa venga intaccata in questo modo,
questo è un fronte su cui siamo destinati a perdere: i bambini insistono
finché non ottengono quello che hanno deciso di ottenere e insistono
nella misura in cui sentono il genitore fragile e cedevole. E’ per
questo che i NO non devono essere molti ma devono essere decisi, perché
sono i confini che il bambino deve sentire intorno a sé, altrimenti il
bambino non sa dove appoggiarsi, è come un budino che non ha lo stampo
che lo contiene; il genitore troppo permissivo, che non da confini al
suo bambino, gli crea un senso di disorientamento. E’ come se noi
andassimo per la strada con l’automobile senza conoscere il regolamento,
saremmo persi: adesso cosa faccio? mi metto di qua o di là? chi faccio
passare? E’ importante che il “regolamento”, cioè le regole che i
genitori danno ai bambini, siano costanti, chiare ed esplicite.
Che cosa accade al giovane padre, che ha imparato a prendersi cura del
giovane cucciolo, quando deve imparare a far da guida se non sa come
fare a negoziare col proprio bambino, ossia se non sa come fare ad
argomentare? Perché i giovani padri di oggi vogliono fare i padri ma in
maniera diversa dai loro, che quasi sempre sono stati padri assenti ma
che venivano tirati per la giacca dalle madri per intervenire in modo
sanzionatorio la sera la ritorno dal lavoro e, inevitabilmente forse,
erano padri che punivano o che intervenivano con la sanzione. I giovani
padri di oggi vogliono vivere il rapporto affettivo con i loro bambini
in modo diverso, in modo più pregnante, non vogliono fare i padri
urlanti. Ma che cosa accade quando devono essere rigorosi? Fanno fatica
ad essere rigorosi e fanno i padri cedevoli, lo dicono loro stessi. A me
alcuni padri dicono: “io, che lavoro tutto il giorno, come faccio a
venire a casa la sera e a non accontentare mio figlio?” E’ lì che, come
si suol dire, casca un po’ l’asino, perché non accettano la
frustrazione: per loro è frustrante essere coerenti, insieme alla madre
del bambino, e tenere il punto della situazione. E che cosa accade
successivamente se il bambino sente che il padre è cedevole? Accade che
il bambino aspetta che arrivi il padre per chiedere le cose che non gli
sono state concesse durante il giorno dalla madre, finché il padre si
rende conto che così non puo’ andare avanti e allora diventa un padre
urlante. Il padre, quindi, oscilla tra fare il padre ludico, che sta con
piacere col suo bambino e fare di nuovo il padre urlante; invece
dovrebbe imparare a fare da guida argomentando, spiegando e accettando
lo spessore pedagogico del proprio ruolo, quindi accettando anche questa
piccola frustrazione di non essere il padre ‘buono’ che concede sempre.
Ora esaminiamo che cosa è successo negli ultimi 10/20 anni tra
l’educazione della scuola e quella della famiglia. E’ successo che un
tempo i valori coincidevano, c’era lo stesso codice: sia a casa che a
scuola erano considerati un valore l’impegno, la fatica, l’obbedienza,
la rinuncia, il sacrificio … Oggi, invece, la famiglia non considera più
tanto importanti questi valori e, per far felici i figli, mette in atto
delle strategie che un po’ alla volta intaccano la capacità dei bambini,
dei ragazzi, degli adolescenti, dei giovani, di far fronte alle
difficoltà della vita, ossia mette in atto strategie di evitamento della
fatica e della frustrazione; pensa che i ragazzi non devono affaticarsi
troppo, pensa che, anche se non si impegnano, poi crescendo qualcosa
faranno ugualmente. Non è che razionalmente i genitori abbiano deciso
che certe cose non sono più un valore ma, in modo strisciante, un po’
alla volta, implicitamente, questi non sono più stati considerati dei
valori. E che cosa accade allora? Crescere, però, significa affrontare
delle frustrazioni - perché la nascita è stata una frustrazione, lo
svezzamento è stato una frustrazione (è molto meglio un seno tepido e
morbido che un cucchiaino freddo), imparare a camminare è una
frustrazione (perché significa cadere, rialzarsi, battere la testa,
etc.), andare all’asilo nido è una frustrazione, entrare nella scuola
dell’infanzia è una frustrazione - crescere significa attivare le
risorse interne per far fronte alle difficoltà. Se noi non mettiamo i
bambini e i ragazzi nella condizione di cercare le loro risorse interne
loro non impareranno ad attivarle e quindi non costruiranno la forza
d’animo, quella che oggi viene detta con altra parola la resilienza, un
termine particolare che significa appunto la forza d’animo in grado di
affrontare le avversità della vita. L’idea implicita dei genitori quando
evitano gli ostacoli e le difficoltà ai propri figli è quella di farli
felici ma la conseguenza di questi comportamenti è che i figli non
maturano la capacità di far fronte alle difficoltà, quindi non vengono
preparati ad essere felici ma ad essere più fragili.
Oggi, poi, abbiamo di fronte bambini superstimolati sul piano delle
informazioni e su quello cognitivo, ma che hanno difficoltà a creare dei
ponti tra le informazioni che possiedono. Quello di insegnare a creare
dei nessi, delle relazioni tra i fatti, è compito della scuola: è la
scuola che insegna a pensare.
Poi abbiamo bambini (alcuni, non tutti) ‘campioncini’, cioè bambini che
percepiscono che le aspettative dei genitori sono che le loro
prestazioni a scuola o nello sport li portino ad emergere, a diventare
protagonisti; sono parecchi, oggi, i bambini che sentono il peso delle
aspettative dei genitori, è sufficiente andare ai bordi di un piccolo
campo sportivo quando i bambini giocano al calcio per sentirne delle
belle da parte dei genitori.
Poi abbiamo bambini iperprotetti: ho appena detto che, se noi evitiamo
che i bambini possano avere delle frustrazioni, la loro tendenza sarà
poi quella di ‘autoanestetizzarsi’ per evitare di soffrire, perché non
hanno imparato a far fronte alle piccole sofferenze, anche alle piccole
sofferenze quali possono essere i bisticci tra bambini. Dal mio
osservatorio di direttrice didattica ho visto spesso che i genitori non
lasciano nemmeno che i bambini si regolino tra loro nelle relazioni
amicali - che sono proprio una palestra nella quale ognuno puo’ imparare
a regolarsi - genitori che vanno a sgridare gli altri bambini! E che
cosa pensa un bambino se la madre va a regolare il suo piccolo bisticcio
con il compagno? Pensa che lui non è in grado di farcela, non è
all’altezza, devono intervenire mamma o papà (dopo i bambini diranno “lo
dico a papà”, “lo dico alla mamma”).
……….
interruzione per cambio nastro
………...
Inoltre oggi, diversamente da un tempo, i genitori anticipano i desideri
dei bambini e questa è una delle cause per cui i nostri giovani oggi
vengono definiti soggetti senza passioni. E’ dal desiderio che nasce la
passione e se noi anticipiamo i desideri non permettiamo, attraverso il
tempo che passa, di maturare la voglia di qualcosa e di aver la
soddisfazione di questo. Oggi siamo noi che vediamo una cosa e pensiamo
“questa la compro per il mio bambino”, il bambino non viene educato ad
aspettare qualcosa. Ma è il desiderio che fa la passione e noi togliamo
proprio dalle radici la dimensione desiderante.
Poi ci sono i bambini che tiranneggiano i genitori e i nonni. In che
senso tiranneggiano? Nel senso che comandano loro, che fanno fare agli
adulti quello che vogliono. E quando accade questo? Questo è un
passaggio molto delicato che accade verso i due anni. Prima dei due anni
il bambino è come un soggetto onnipotente perché viene accontentato
dagli adulti in tutti i suoi bisogni. Verso i due anni comincia l’epoca
dei NO, è il momento in cui il bambino deve cominciare a cedere la sua
onnipotenza e fare il satellite, cioè farsi guidare dai genitori e dagli
adulti. Ovviamente si opporrà e recalcitrerà finché puo’. Nel momento in
cui l’adulto cede e si fa manipolare nasce il bambino tiranno. E’
necessario, invece, che il genitore, in modo amorevole e autorevole,
intervenga facendo capire che chi comanda è l’adulto; non deve farlo né
con sadismo, né con rabbia, né con collera, ma spiegando il motivo dei
divieti e concedendo anche dei permessi (“non puoi fare questa cosa ma
ne puoi fare un’altra e io ti aiuto a farla meglio”). Il divieto secco
deve intervenire soltanto quando il bambino è in pericolo, tutti gli
altri divieti e le altre regole devono essere sempre spiegati.
Poi oggi i bambini – che sono più informati ed hanno anche un linguaggio
più evoluto - sono più fragili emotivamente. Se il compagno si rifiuta
di dargli la mano il bambino si mette a piangere, non è capace di
elaborare la strategia alternativa, di elaborare questo rifiuto. Ecco
perché la scuola fa progetti di alfabetizzazione emotiva per aiutare i
bambini e le bambine a leggere e ad esprimere le emozioni che provano.
E la scuola che cosa osserva dei vostri figli? Prima di tutto osserva la
grande diversità dell’uno dall’altro, non solo perché nella scuola
abbiamo bambini di altre culture e di altre religioni ma perché oggi sia
la famiglia che la scuola – giustamente – permettono ad ogni bambino di
essere speciale, di essere come è, di essere diverso dagli altri. Quindi
a scuola osserviamo questa miriade di bambini ognuno con la sua forza
vitale, con uno stile cognitivo diverso, con esperienze diverse… E’ una
cosa molto bella ma molto difficile da gestire.
Poi oggi i bambini sono iconici. Che cosa significa? Una volta si faceva
coincidere l’idea di intelligenza con l’intelligenza logico-matematica;
oggi, invece, sappiamo che le intelligenze sono molte (linguistica,
spaziale, matematica, musicale, corporea …) e fra queste ci sono anche
l’intelligenza alfabetica e l’intelligenza iconica. I bambini sviluppano
fortemente, prima di andare alla scuola elementare, un’intelligenza
iconica: tutta la televisione e le cassette che vedono sviluppano in
modo ipertrofico, molto più dell’intelligenza alfabetica, quella
dell’immagine, che è un’intelligenza simultanea perché chiaramente
globale. Anche noi quando guardiamo un’immagine cogliamo in un attimo
molte informazioni: chi e quanti sono i protagonisti, se sono maschi o
femmine, se sono giovani o vecchi, se l’azione si svolge di giorno o di
notte, al mare o in montagna … Se queste cose dobbiamo apprenderle
attraverso un testo scritto (intelligenza alfabetica) noi dobbiamo
mettere in sequenza dei segni per costruire le parole, mettere in
sequenza le parole, mettere in sequenza le frasi e arrivare alla fine
del testo per capire qualcosa del racconto o del testo che leggiamo.
Questa intelligenza è sequenziale (non è globale e simultanea),
analitica, ed è una competenza che ha bisogno di attenzione e
concentrazione: possiamo cogliere con un’occhiata l’immagine continuando
a fare altre cose, mentre l’intelligenza alfabetica richiede attenzione,
concentrazione, tempo e perseveranza, per poter cogliere il senso di
quello che stiamo leggendo. I nostri bambini a scuola devono passare da
un’intelligenza iconica ad una alfabetica e questo processo è faticoso
perché sono abituati a consumare immagini; invece l’intelligenza
alfabetica chiede qualcosa di diverso dal consumo veloce. Voi sapete che
tutti noi, oggi, siamo sottoposti a moltissimi stimoli e recentemente
una rivista scientifica ha sottolineato come questo bombardamento porta
tutti (gli adulti, quindi immaginate i bambini!) a difficoltà di
concentrazione e perseveranza: facciamo fatica a cominciare a leggere un
articolo e a leggerlo fino in fondo, leggiamo un pezzetto di qua e un
pezzetto di là, come lo zapping; quindi pensate alla fatica dei bambini
a concentrarsi per riuscire a costruire un’intelligenza più alfabetica.
Il consiglio che si puo’ dare ai genitori che hanno i bambini piccoli è
quello di cominciare prestissimo a leggere loro le fiabe, non soltanto
inserire una cassetta nel videoregistratore (che è come inserire il
pilota automatico) ma leggere, raccontare, abituare il bambino alla
sequenza della parola.
Poi abbiamo bambini senza regole, non tanto perché siano maleducati o
senza regole del tutto. I nostri bambini, nel momento in cui la regola
viene data, la sanno anche rispettare, ma non riescono a capirne la
generalizzazione, che quella stessa regola data oggi vale anche domani;
è come se fossero abituati a considerare la regola un optional, è come
se in famiglia avessero imparato che la regola che viene data oggi (es.
si va a letto ad una certa ora) domani puo’ non essere così, fanno
fatica a capire che la regola ha un valore che continua nel tempo.
Mi fermo qui per lasciare spazio alle vostre domande.
Intervento (1)
Mion - Il ruolo genitoriale ha due aspetti - normativo ed affettivo –
che non sempre è facile tenere insieme. Il ruolo paterno - che oggi i
padri vogliono vivere fino in fondo, cosa che non avveniva nei periodi
precedenti in cui erano assenti e venivano solo costretti a volte a fare
i padri sanzionanti - implica anche una funzione normativa che non
sempre è piacevole. E’ importante che il ruolo normativo - quello del
genitore che dà le regole - non venga attivato dalla collera e se
riuscissimo a controllare la collera saremmo anche più ascoltati. I
bambini approfittano dei genitori che si fanno tiranneggiare ma nel
profondo non lo apprezzano. Se parliamo con i bambini questo emerge con
chiarezza ma spesso non ci fermiamo a parlare con loro per sapere cosa
pensano.
Intervento (come trasmettere certi valori)
Mion - Io credo che sia molto importante che chi ha un compito
pedagogico (scuola e famiglia) si interroghi rispetto ai valori e credo
anche che con i nostri figli possiamo metacomunicare. La
metacomunicazione è una comunicazione sulla comunicazione: possiamo dire
ai figli (questa è una metacomunicazione) “adesso ti dirò una cosa
importante che ti potrà lasciare un po’ perplesso perché è in contrasto
con quello che tu senti dire fuori di casa” e poi dire, ad esempio, che
una bella persona non è quella che ha la macchina o la moto di lusso e
chiedere “per te chi è un bell’amico?”. Possiamo farli riflettere e far
capire che nella società c’è una deriva che sta contaminando determinati
valori che la famiglia vuol trasmettere. Il problema è che non parliamo
tanto con i figli a questo livello, parliamo frettolosamente, con brevi
frasi ‘buttate lì’ che non hanno la forza di incidere e di contrastare
certe tendenze. Noi dobbiamo dire ai ragazzi che siamo consapevoli di
ciò che trovano fuori casa, ma che loro devono essere più forti, non
devono avere paura di diventare diversi; dobbiamo esplicitare la nostra
paura in relazione ai disvalori che si stanno diffondendo e anche
prevenire.
Intervento (prevenzione anche in funzione dell’adolescenza, della
tendenza all’omologazione)
Mion - Dobbiamo anche essere consapevoli che nell’adolescenza
l’omologazione puo’ essere un bisogno. Gli adolescenti sentono da una
parte la nostalgia del mondo infantile e la tentazione di restare
piccoli, dall’altra sentono una forte spinta al protagonismo (tipica
della crescita), sentono che non possono più nascondersi nel nido della
famiglia, che è arrivato il momento in cui devono uscire, offrirsi al
mondo sociale e cominciare a muoversi con più disinvoltura in mezzo ai
pari, che stanno crescendo anche loro. Hanno, però, timore di questo e
cercano di mimetizzarsi nel gruppo. Quindi la ricerca della
mimetizzazione nel gruppo va capita, ma non va sorretta quando questo
significa, ad esempio, vestirsi come gli altri solo con abiti firmati.
In questo caso possiamo dire “non è avere abiti firmati che fa una bella
persona”; il che non significa che dobbiamo essere rigidissimi e non
comprare mai niente di firmato, significa che non puo’ diventare una
pretesa e che non puo’ essere considerata schifosa la maglietta del
supermercato. Bisogna capire, però, che avere lo stesso giubbotto o gli
stessi pantaloni di jeans è una cosa che li rassicura, perché
mimetizzandosi possono attraversare con più tranquillità il periodo in
cui sentono di doversi esporre socialmente: si confondono con gli altri
in attesa di avere il coraggio di uscire dallo sfondo e di essere se
stessi (perché il passaggio è questo). Io trovo pericoloso che un
ragazzo pretenda oggetti firmati e credo che sia educativamente corretto
resistere alle pretese eccessive, capendo, però, il suo bisogno di
confondersi con gli altri vestendosi come loro.
Intervento (riferimento a certi cartoni animati)
Mion - Ho scoperto l’esistenza di questi cartoni animati dai genitori,
non sapevo che ci fosse la mitizzazione di queste lotte e ho scoperto
che non piacciono solo ai ragazzini ma anche ai padri. Credo che la
mitizzazione di qualcosa che noi non condividiamo non vada combattuta
frontalmente ma vada affrontata con ironia, credo che sia utile qualche
volta guardare assieme ai figli questi spettacoli e ironizzare. Però mi
rendo conto che se anche i padri sono appassionati a queste cose è
difficile che riescano a guardarle con ironia.
Intervento
Mion - Io credo che una ‘vertenza sindacale’ non vada portata avanti
all’infinito, ad un certo momento bisogna dire “ho argomentato, ti ho
spiegato, etc., adesso basta”. Una volta mi è capitato di vedere un
bambino piccolo, quindi non in grado di argomentare, che era dentro ad
una macelleria davanti alla porta e impediva agli altri di entrare; il
padre si è messo a parlare con lui cercando di convincerlo a spostarsi.
Io direi che intanto il padre lo doveva tirare via e poi, eventualmente,
discuterne dopo. Talvolta assistiamo a eccessi incredibili, a ‘vertenze
sindacali’ su cose di poca importanza. Ci sono genitori che ritengono
che educare significhi convincere i bambini ogni volta, anche nelle
minime cose, quelle dove invece sono loro che devono decidere. Penso che
un genitore possa anche dire “ti ho dato alcune risposte, adesso
dobbiamo chiudere qui”. Poi si puo’ anche ‘prendere un appuntamento’,
cioè dire “domani pomeriggio io ho tre ore di tempo e se vuoi
riaffrontiamo la questione”. Non mi sembra opportuno lasciare che si
inneschi una spirale senza fine, è necessario porre dei limiti, senza
aggressioni, anche dicendo “ora non posso discuterne più, rimandiamo
perché ora devo fare alcune cose, ti prometto che riaffronteremo la
questione”. Diventa diverso, diventa meno ‘braccio di ferro’.
Intervento (bambino che a scuola ha un disagio, non si sente
accettato e riconosciuto e i genitori si chiedono se non sia opportuno
un cambio di scuola)
Mion - Io sconsiglio sempre ai genitori di cambiare di scuola al proprio
figlio, perché questo equivale a permettere ai ragazzi di pensare che si
puo’ fuggire, che si possono evitare determinate responsabilità.
Eventualmente bisogna cercare di capire che cosa c’è alla base del
disagio, essere certi di non interpretarlo in maniera soggettiva,
provare a capire quali sono i timori del bambino e confrontarsi con gli
insegnanti. A volte i bambini hanno delle paure: la paura di misurarsi,
di confrontarsi con gli altri, la paura della propria aggressività.
Bisognerebbe cercare di capire senza proiettare: a volte temere che un
figlio non sia amato abbastanza potrebbe essere una proiezione dei
genitori, quando invece ciò che lo mette in difficoltà potrebbe non
riguardare l’affettività ma le aspettative rispetto alle proprie
prestazioni. Un bambino che vive con la paura dell’insuccesso è un
bambino che non si impegna, che gira intorno al problema, perché la cosa
che teme di più è quella di non riuscire a fare determinate cose. Allora
si innesca una spirale (magari anche gli insegnanti non capiscono) e il
bambino si oppone alle richieste dell’insegnante; è come se ci fosse
un’incomprensione reciproca, che invece deriva soltanto dal fatto che la
motivazione del bambino, che dovrebbe poggiare su aspettative di
successo, non si attiva perché ciò che teme di incontrare è
l’insuccesso. Allora evita di impegnarsi. L’insegnante, che vede che il
bambino potrebbe fare ma evita di impegnarsi, vive questo atteggiamento
come un’opposizione nei suoi confronti e lo legge come ‘non amore’.
Bisogna cercare di capire e trovare la chiave per riattivare la
motivazione.
Intervento
Mion - Le risorse i bambini le hanno dentro, bisogna dar loro la fiducia
che ce la faranno; i bambini sentono se i genitori hanno fiducia in
loro. Siamo noi che dobbiamo tacitare dentro la preoccupazione, bisogna
separarci (perché a volte il nostro rapporto è simbiotico, è come se noi
fossimo al posto loro) e dire “ho fiducia che da solo ce la farai”. Il
bambino percepisce questo e attiva le sue risorse.
Intervento
Mion - Se vogliamo che i nostri bambini crescano in modo armonico anche
dal punto di vista sociale forse educarli alla socievolezza significa
anche seguire i ritmi naturali: i bambini ‘saputelli’ (cerchiamo di
ricordarci anche di quando eravamo piccoli noi) hanno difficoltà di
socializzazione perché non sono simpatici.
………..
interruzione per cambio nastro
……….
Mion - (continua) Esiste anche la capacità di saper stare in una
situazione. Forse potreste integrare iscrivendolo alla scuola di musica
ma non riterrei opportuno toglierlo da una scuola per metterlo in
un’altra perché questo si potrebbe ripetere nelle scuole successive: è
probabile che voi sposterete sempre il livello (“per nostro figlio
questo è troppo poco”) perché diventa un modo di pensare. Talvolta i
bambini sono anche stimolati eccessivamente, dovrebbero essere lasciati
giocare un po’ di più. Quando possono recuperare il senso del gioco? E’
giusto stimolare e rispondere alle curiosità culturali dei bambini ma
bisogna stare attenti anche che possano giocare perché il tempo del
gioco - possibilmente in compagnia di altri bambini, affinché abbiano
l’opportunità di confrontarsi e misurarsi con gli altri - non è tempo
perso.
Intervento (preadolescenti che chiedono di trattenersi ai giardini
mezz’ora in più rispetto a quanto vorrebbe consentire la madre)
Mion - La motivazione rispetto all’orario di rientro è arbitraria o
reale? La regola che un genitore dà - o comunque l’impegno o il rispetto
di una situazione che richiede – deve comunque essere data nel rispetto
dei figli, non con sadismo (es. “potrei lasciarti mezz’ora in più, non
lo faccio perché devi ascoltarmi).
Prosegue intervento: ma se una motivazione concreta non c’è ma io
ritengo che due ore ai giardini siano più che sufficienti e che quindi
alle sei loro debbano tornare a casa, che cosa cambia?
Mion - Per loro cambia molto perché mezz’ora in più non è poco. In
questo caso potremmo fare una mediazione: “facciamo le sei e mezzo ma
non sognatevi mai che siano le sei e tre quarti”. Ecco, la
metacomunicazione consiste nel dire: “guarda, io faccio fatica a
consentirti di rientrare alle sei e mezzo perché la mia paura di madre è
che tu dopo ….”. Queste cose spesso si possono dire e rendono fluida la
comunicazione. Loro capiscono che noi, come genitori, abbiamo il compito
di educarli, che abbiamo i nostri timori e una volta che li abbiamo
esplicitati ci possono anche dire “mamma, se è per questo va bene”; a
volte è l’uovo di Colombo, puo’ anche trattarsi di una cosa semplice.
Guardate che i ragazzi capiscono che noi potremmo dire che va bene per
le sei e mezzo ma che diciamo le sei, sentono che dentro a questa regola
c’è un po’ di puntiglio. Se noi spieghiamo - avendo proprio l’umiltà di
dirlo - che non si tratta di un puntiglio ma di un timore perché abbiamo
la responsabilità educativa, veniamo anche apprezzati. Anche con il
partner la metacomunicazione è fondamentale, fa parte del problema della
comunicazione.
Intervento
Mion - Ripeto che tirare troppo per le lunghe puo’ diventare proprio una
specie di ‘vertenza sindacale’ esasperante per tutti. Però una
spiegazione occorre sempre. Si puo’ anche dire “guarda io te l’ho
spiegato, se vuoi il discorso lo possiamo riprendere domani ma adesso
basta”. Possiamo dire tutto. Quello che non deve succedere, invece, è
dire cose grosse quando ci monta la rabbia, perché quello è un errore.
Intervento
Mion - I genitori devono imparare a distinguere il capriccio dal
bisogno e devono imparare a resistere al capriccio. Qualche tempo fa
stavo parlando, come oggi, con alcuni genitori e un papà mi ha detto
“L’altra sera il mio bambino di tre anni ha fatto una scena incredibile
perché voleva le patatine fritte e io non capivo se si trattava di un
bisogno o di un capriccio”. Se ci riduciamo a non capire se voler le
patatine fritte è un bisogno o un capriccio siamo noi che dobbiamo
rivederci. Capite? Questo è il problema. Il bambino che ci tiranneggia
lo fa perché noi scambiamo un capriccio per un bisogno.
Intervento (sulla eccessiva disponibilità a regali)
Mion - Quello che lei sta dicendo è molto interessante. La spiegazione
credo che stia anche in quello che lei stessa ha detto, “io so perché lo
facevo, mi sentivo in colpa perché andavo a lavorare”, quindi lo faceva
per sé. Io sento spesso, dentro al supermercato, bambini urlanti con
genitori che disperatamente cercano di trascinarli fuori ma non è
possibile farlo perché quei bambini sono stati abituati che, ogni volta
che si va al supermercato, si compra loro un regalo… è inutile
sottolinearlo, questo lo capite tutti, non è vero?
Intervento
Mion - Bisognerebbe capire il clima in famiglia rispetto alle
aspettative. Puo’ darsi che questa bambina si senta più considerata nel
momento in cui le sue prestazioni sono di un certo livello? Perché a
volte noi, anche senza rendercene conto, abbiamo scritto in viso la
delusione se qualche prestazione dei nostri figli non corrisponde alle
nostre aspettative. Magari non diciamo niente ma il nostro viso parla ed
è quel viso che i nostri bambini non vogliono vedere.
Vorrei approfondire alcune problematiche
già emerse, poi mi soffermerò sugli aspetti del desiderio, della
motivazione, del successo/insuccesso, dei permessi e dell’identità di
genere (essere maschi, essere femmine) e infine lascerò spazio alle
vostre domande.
Prima di affrontare il cuore dei problemi, diciamo che educare è
comunque un pensiero difficile, anche se noi come educatori (insegnanti
o genitori) tante cose le facciamo senza riflettere - giustamente,
perché non sarebbe possibile essere sempre concentrati dalla mattina
alla sera. Però è importante conoscere qualche chiave di lettura per
poter riflettere quando siamo in difficoltà.
E’ fondamentale tenere presente che ci sono dei rapporti -
attaccamento/separazione, comportamento/equilibro, efficienza/felicità e
linguaggio/comunicazione - sui quali gli educatori devono interrogarsi
quando agiscono.
Vediamo soprattutto i primi due. La relazione e la relazionalità
poggiano proprio su questa alternanza tra attaccamento e separazione,
sulla competenza all’attaccamento: essere in grado di attaccarci, di
provare affettività, ed essere anche in grado di prendere le distanze.
Partiamo da un discorso sulla madre e sul neonato: la madre puo’
costruire o non costruire, rispetto al proprio bambino, una base sicura
a seconda di come sa alternare attaccamento e separazione. Un modello
teorico fondamentale afferma che la madre riesce a costruire una base
sicura quando i riti dell’accudimento (allattare, cambiare, spupazzare
il bambino, il contatto pelle a pelle, il dialogo tonico etc…..) danno
sensazioni di piacere, sono molto gratificanti. Che cosa significa
dialogo tonico? Il bambino quando nasce è come se si sentisse gettato in
un mondo ostile, molto diverso rispetto alla piacevolezza dell’utero
materno in cui non c’era aggressione né di luce, né di rumore, né di
caldo/freddo …, tutto era costante, era una sensazione ‘di felicità’ -
tant’è vero che qualcuno dice che il paradiso perduto è proprio l’avere
perso la piacevolezza dell’utero materno. Il bambino, dopo la nascita,
si sente un po’ rassicurato se la madre è in grado di sintonizzarsi sul
suo tono muscolare. In che senso? Il bambino, a quel livello, sa solo
tendersi se prova sensazioni di difficoltà, di disagio e di sofferenza o
rilassarsi se invece è sazio, è asciutto, è al caldo, sta bene. La madre
coglie istintivamente questa alternanza di tensione e distensione e sa
rilassarsi insieme al bambino quando lui sta bene (come se condividesse
il suo piacere) e tendersi, allertarsi, quando lui entra in tensione.
Questa capacità di sintonizzarsi sulla tonicità del figlio si chiama
‘dialogo tonico’, è la prima comunicazione che abbiamo sentito venendo
al mondo ed è come se ci fossimo detti: “però, c’è qualcuno che risponde
al mio star bene e al mio star male”, quindi è fondamentale che i riti
dell’accudimento siano accompagnati anche dal dialogo tonico. Se questo
avviene si producono endorfine che permetteranno al neonato di
sopportare con fiducia l’assenza della madre, in attesa della sua
ricomparsa. L’assenza, che è l’alternanza tra attaccamento e
separazione, è fondamentale. La madre non puo’ essere sempre presente,
non lo è nella realtà ma non puo’ sempre esserlo anche dal punto di
vista psicologico, altrimenti non avviene l’alternanza positiva tra
attaccamento e separazione, diventa una cosa incombente che non permette
al bambino di far nascere il desiderio: questo, infatti, nasce solo
nell’assenza, se abbiamo sempre quello che vogliamo il desiderio non
nasce. La dinamica del desiderio ha le sue radici proprio in questo
rapporto di attaccamento e separazione: l’attesa della ricomparsa della
madre mette in moto il desiderio e – in questa assenza e in questo
desiderio – il bambino, in modo quasi allucinatorio, si mette a
succhiare evocando il seno materno. Da ciò nasce il desiderio, che non
nascerebbe con una madre troppo presente. Anche in questo caso il
rapporto non diventa simbiotico se la madre è in grado di sopportare
l’assenza: noi insegnamo al bambino a sopportare l’assenza se siamo noi
stesse in grado di sopportarla. Lo stesso accade per la frustrazione: se
i genitori sono in grado di sopportare la frustrazione di dare i limiti,
di negare qualcosa, di non accontentare sempre i bambini, anche i
bambini saranno in grado di sopportare questa frustrazione.
Il bambino che ha avuto una madre che gli ha permesso di costruire una
base sicura diventerà un adulto che saprà vivere esperienze di intimità
lasciandosi andare con sicurezza alla profondità del rapporto di amore
nei suoi aspetti sentimentali, sessuali e interiori in modo sinergico.
Torniamo alla resistenza angosciosa e all’evitamento angoscioso a cui ho
già accennato. Cosa sono queste due modalità di porsi dentro
all’affettività?
La resistenza angosciosa è tipica del bambino che, non avendo maturato
la base sicura, ha continuamente bisogno di essere rassicurato perché
teme di perdere l’oggetto di amore. Questo comportamento deriva
dall’aver vissuto nella relazione attaccamento/separazione una
insicurezza, da parte della madre, che a volte è rassicurante e a volte
è evitante, manca di costanza. Il soggetto che ha ricevuto insicurezza
circa la presenza affettiva della madre, sentita come non
sufficientemente disponibile, matura una base ansiosa e ambivalente.
Questo soggetto, diventando adulto, matura all’interno della relazione
affettiva di coppia un rapporto molto avvolgente e con un bisogno
continuo di rassicurazione, un rapporto totalizzante, fusionale, perché
solo questo va a calmare l’ansia, l’insicurezza di essere amati/e e la
paura di essere abbandonati/e. Jole Baldaro Verde, sessuologa, dice che
questa modalità è più caratteristica delle donne ma, secondo me, oggi
questo non è più tanto vero, stanno emergendo modalità di questo tipo
anche al maschile. Mi sembra che sia in forte aumento il numero di
maschi che non sopportano la separazione e che reagiscono anche in modo
tragico. Il desiderio di fusionalità – che, come ho già detto, discende
dall’aver provato quella che prima ho chiamato la felicità intrauterina
- è alternato a rabbia perché non puo’ mai essere realizzato
completamente. Ognuno di noi, dopo la nascita, deve fare i conti con la
mancanza del corpo della madre, con l’impossibilità di ristabilire
questa unità diadica primordiale: nessuno di noi puo’ reintrodursi
nell’utero materno, quindi deve accettare, rielaborare, questa mancanza
della completezza precedente. Chi non riesce a a farlo cercherà qualcuno
da ‘usare’ per il completamento di questa mancanza; ma nessuno è
contento di farsi ‘usare’ per completare la mancanza di un altro per
cui, prima o poi, la persona usata per un rapporto fusionale si
ribellerà perché nella coppia devono essere rispettate le due identità
divise, nessuno puo’ essere considerato il completamento della mancanza
dell’altro. Ognuno di noi deve capire che questo tipo di fusionalità -
di cui senz’altro manteniamo il ricordo corporeo come di qualcosa molto
bello - è una fantasia illusoria, non è più raggiungibile, quindi deve
pensare ad un rapporto affettivo dove l’altro viene rispettato nella sua
individualità. Il problema è che questo, un po’ alla volta, dovremmo
prima capirlo bene noi e poi spiegarlo ai nostri figli adolescenti; noi
l’abbiamo capito per prove ed errori, ma sarebbe opportuno che
nell’ambito dell’educazione sentimentale, affettiva e sessuale dei figli
- o dei ragazzi a scuola - questa cosa fosse spiegata.
L’altra modalità, chiamata evitamento angoscioso, è tipica del soggetto
che, avendo provato il momento della separazione in modo quasi
anaffettivo da parte della madre, in modo brusco, come se non ci fosse
investimento di calore, non vuole più mettersi nella situazione di
rivivere questa esperienza e quindi, da adulto, eviterà i coinvolgimenti
profondi. Il soggetto caratterizzato da questa modalità relazionale non
ha ricevuto, nel primo anno di vita, risposta soddisfacente alla propria
richiesta di aiuto, ha avuto una madre anaffettiva (poco affettiva). Ben
presto questo bambino aumenterà la propria insicurezza e precocemente
deciderà di non manifestare nessun segno di attaccamento nei confronti
dei genitori e nei confronti della partner (dico ‘della’ perché anche in
questo caso Jole Baldaro Verde sostiene che si tratta di un
atteggiamento più tipico dei maschi ma, ripeto, secondo me negli ultimi
10 anni si stanno verificando delle modificazioni per cui queste
modalità non sono più identificabili come prettamente femminili o
prettamente maschili).
Senza colpevolizzare troppo le madri, possiamo dire, però, che la
modalità di accudimento da parte della madre nel periodo precoce della
vita, ossia la relazione di attaccamento/separazione, incide su tutta la
vita affettiva successiva del figlio/a. Senza fare del facile e
superficiale psicologismo, teniamo comunque presente che è vero che la
relazione più importante è quella con la madre, perché è la prima
relazione che ognuno di noi ha incontrato venendo al mondo.
Prendiamo ora in considerazione il comportamento e l’equilibrio. Che
cosa significa? Quando noi educhiamo i bambini, chiediamo loro di
emettere determinati comportamenti: quando diamo i divieti, i permessi,
le regole, quando insegnamo qualcosa, ci aspettiamo come restituzione un
comportamento adeguato. Bisogna sempre tener presente, rispetto alle
richieste che facciamo, il mondo interno del bambino, vale a dire a
quale prezzo emotivo stiamo chiedendo in quel momento l’emissione di
quel comportamento. L’esempio classico puo’ essere quello della gelosia:
quando nasce un secondo bambino al primogenito noi, implicitamente ed
esplicitamente, chiediamo l’emissione di un comportamento responsabile,
adeguato, di sopportare il dolore e la gelosia. Perché noi tutti
sappiamo, e la psicologia lo sottolinea, che è inevitabile la sofferenza
della gelosia; provate a pensare a come potreste sentirvi voi se un bel
giorno vostra moglie o vostro marito portassero a casa un altro uomo o
un’altra donna e dicessero “da oggi questa persona vive con noi”. E’
così che il bambino vive l’arrivo di un fratello, quindi provate a
pensare a che cosa lo sottoponiamo. A volte i genitori sono troppo
attenti al comportamento, diventano un po’ autoritari (non solo
autorevoli) e dimenticano il mondo interno del bambino; altre volte,
invece, si attestano solo sul mondo interno e diventano troppo
permissivi, non chiedono più comportamenti adeguati. Educare è il
risultato di un rapporto e naturalmente quando vi accorgete che vi
spostate troppo su una polarità a scapito dell’altra potete sempre fare
delle correzioni e ammettere anche di sbagliare (si puo’ anche dire
“ieri sera mi sono resa/o conto di averti chiesto troppo però ….”). Come
dicevamo ieri, la metacomunicazione è fondamentale e noi la usiamo
troppo poco.
Esaminiamo il rapporto linguaggio/comunicazione. Talvolta ci attestiamo
troppo sul linguaggio verbale e ci preoccupiamo troppo poco del nostro
linguaggio corporeo (la mimica, la postura, le sensazioni che trasmette
il nostro corpo ….), pensiamo che la parola sia più importante, invece
lo sono tutte e due le modalità. La nostra comunicazione passa
attraverso due canali: quello corporeo - che è sempre presente, perché
il corpo non possiamo dimetterlo, lasciarlo a casa, dimenticarlo - e
quello verbale, che a volte c’è e a volte no. In questo momento io vi
sto esponendo una teoria che si chiama ‘pragmatica della comunicazione
umana’; questo è il contenuto della mia comunicazione, però sono davanti
a voi con una corporeità che potrebbe trasmettere sensazioni di tensione
oppure di piacevolezza, di voglia di stare qui … Il nostro corpo
trasmette messaggi di relazione; come noi, quando eravamo piccoli,
abbiamo intuito che esisteva la comunicazione perché abbiamo sentito il
dialogo tonico col corpo della madre, così il nostro corpo, anche se noi
non lo abbiamo presente, comunque recepisce e si adegua a questi
messaggi. La comunicazione verbale, poi, ha avuto il sopravvento, ma la
comunicazione corporea ha continuato a funzionare; funziona anche in
questo momento e ci trasmette messaggi di disagio oppure di distensione
e di piacere, ci trasmette messaggi del tipo “voglio sostare” o “vorrei
andarmene”, solo che nella nostra cultura i messaggi verbali hanno avuto
grandemente il sopravvento. I bambini, invece, leggono più i messaggi
corporei di quelli verbali.
………..
interruzione per cambio nastro
……….
Queste motivazioni intrinseche sono molto forti, però purtroppo qualche
volta l’adulto interviene con le sue scorciatoie, che sono le
motivazioni estrinseche, e un po’ alla volta affievolisce quelle
intrinseche.
Ulteriori ricerche dicono che un’altra cosa che incide fortemente è
l’aspettativa di successo o insuccesso. Se ad un certo momento i bambini
incontrano l’insuccesso - e quindi non si sentono più autoefficaci, non
sperimentano più ‘che sono in grado di’ e sperimentano, invece, lo
scacco, l’insuccesso e la frustrazione di ‘non essere in grado di’ -
quelli che hanno maturato la forza d’animo (la resilienza) possono
reagire con la grinta, ma quelli che non hanno maturato la forza d’animo
tenderanno ad evitare le occasioni di insuccesso, quindi non si
metteranno più alla prova, perché l’insuccesso è troppo doloroso, si
‘autodimetteranno’. A volte sono gli insegnanti che dimettono
mentalmente un bambino, è come se l’insegnante dicesse “con questo
bambino non so più che pesci prendere” e lo dimettono mentalmente; il
bambino rimane lì ma loro non continuano a pensare a lui; a volte è
addirittura il genitore che lo dimette. Poco tempo fa ho parlato con il
padre di un ragazzo di 16 anni (chiamato dagli insegnanti che avevano
scoperto il ragazzo e altri due compagni a fumare spinelli) e questo
genitore - che effettivamente mentre il ragazzo cresceva aveva avuto con
lui alcuni problemi di relazione paterna - ad un certo momento ha avuto
un moto di scoramento e ha detto “io non so più cosa fare, io lascio
perdere” e si è buttato nel lavoro. Quindi anche i genitori a volte
dimettono mentalmente i figli, provvedono al loro sostentamento ma non
pensano più a loro nel senso di trovare le strategie e le modalità per
aiutarli a crescere. Io mi sarei aspettata che questo genitore (che è
una persona molto impegnata con il lavoro) dicesse “ora mi prendo un
anno per pensare a mio figlio, continuo a lavorare ma un po’ ma sotto
traccia”; invece è accaduto il contrario. Probabilmente era così
doloroso per lui rimettersi a pensare al figlio in modo molto
significativo ed era tanto profonda la paura del suo insuccesso come
padre, che si è autoassolto dicendo “non c’è più niente da fare, ormai è
andata così”. Allora è importante aiutare i bambini e le bambine a
crescere sapendo riconoscere le loro piccole emozioni.
Riflettiamo, ad esempio, su alcune emozioni.
La paura di essere esclusi. A volte i ragazzi hanno paura di essere
esclusi e si propongono con aggressività, con un atteggiamento contrario
a quello che sarebbe adeguato per essere accettati. Gli insegnanti, che
hanno un osservatorio molto più variegato del vostro, sanno che questo
puo’ succedere. Certi comportamenti devianti dei bambini – a partire
dalla scuola dell’infanzia – che si propongono con aggressività (es.
mordendo), sono proprio tipici dei bambini che hanno il desiderio
contrario, che hanno un desiderio forte di essere accettati ma hanno
paura (noi siamo ambivalenti e paura e desiderio sono insieme) e la
modalità aggressiva è l’unico modo che conoscono per entrare in
relazione con gli altri. Naturalmente il risultato è contrario a quello
che loro vorrebbero. Conoscere queste cose è importante per provare ad
interrogarsi ed avere un ventaglio di chiavi di lettura rispetto ai
problemi che noi percepiamo nei nostri figli. Ci sono momenti in cui è
possibile parlare con i bambini, ma ci sono anche momenti in cui i
bambini si chiudono e non parlano e allora è il genitore che deve
osservare e cogliere elementi significativi che avallano qualche
ipotesi.
La paura di investire affettivamente. I bambini che ricevono qualche
rifiuto – come gli adulti del resto – incominciano ad aver paura di
investire affettivamente perché non hanno strumenti per elaborarsi il
rifiuto; oggi più che mai, data la fragilità emotiva dei bambini. Un
compagno che non da la mano nella fila diventa una tragedia, un bambino
che non si sente invitato ad una festicciola di qualche compagno
ugualmente diventa una tragedia e invece dovremmo dare loro degli
strumenti razionali per elaborare queste cose. Ci possono essere tanti
motivi per cui possiamo ricevere un rifiuto, non è possibile essere
amati da tutti; è una cosa difficile da accettare ma è importante.
Il desiderio di far fuori gli altri (in senso reale nel caso della
gelosia tra fratelli). E le motivazioni a voi magari sembrano marginali.
Io ho fatto molta formazione psicomotoria a insegnanti ed educatori e
una volta, in questo vissuto psicomotorio, una ragazza ha evocato questa
emozione forte della gelosia dicendo “io ricordo ancora, quando mia
mamma faceva le parti del cibo a tavola, che cosa metteva sul piatto di
mio fratello e sul mio”. L’affetto materno viene misurato dalla parte di
cibo - considerata più o meno buona - che la madre distribuisce a
tavola. A volte i bambini simulano anche la malattia per avere lo stesso
trattamento di un fratello ammalato. Io sono nonna di due gemelle che
adesso hanno 12 anni e quando erano un po’ più piccole capitava che se
una si ammalava e l’altra stava bene quella che stava bene aveva rabbia
e a volte se la prendeva con la sorella ammalata. Non è solo il
primogenito a provare gelosia, a volte è anche il secondogenito e in
questo caso si tratta di un sentimento a cavallo tra gelosia e invidia,
perché il primogenito gli passa sempre i vestiti e lui è costretto a
mettersi sempre i vestiti smessi, il primogenito raggiunge sempre
determinati traguardi prima di lui, etc.; quindi esiste, anche da parte
del secondogenito, qualcosa che rode dentro.
Intervento (chiede se questa gelosia e il desiderio di uccidere il
fratello, possono provocare dei sensi di colpa)
Mion - Sì, perché è un tabù, nel senso che i genitori fanno di tutto per
non dover affrontare questo aspetto, per loro doloroso, della gelosia
tra fratelli. Prima che il fratellino nasca cercano di preparare il
primogenito: gli dicono che deve nascere un fratellino, gli fanno
sentire che scalcia, gli dicono che sarà necessario il suo aiuto ….
Quindi il primogenito, che deve sopportare che nasca un fratello, deve
poi anche aiutare la madre ad assisterlo. Perché? Perché i genitori si
sentono impotenti di fronte a questo sentimento così forte della gelosia
e vorrebbero fare in modo che si volatilizzasse, che non esistesse più e
a volte si illudono anche che questo sia avvenuto. A volte trovo delle
madri che - raccontandosi una favola - affermano “no, non è geloso per
niente”. Il bambino percepisce la gelosia come una cosa terribile e
sconveniente e si colpevolizza per il sentimento che prova perché sente
che mamma e papà lo considerano riprovevole. Invece si dovrebbe parlare
della gelosia, perché è un sentimento forte. Il bambino geloso dovrebbe
capire che ognuno dei figli è comunque speciale per la sua mamma, a
prescindere che sia primo o secondo. I bambini devono poter parlare
della gelosia, devono poter dire “io sono geloso di mio fratello” e i
genitori non devono allarmarsi: dare al bambino strumenti verbali per
poterlo definire è un modo per riuscire a contenere questo sentimento
così forte.
Intervento (sulla gelosia nei confronti del padre)
Mion – Per superare il periodo edipico - qui andiamo ad intaccare il
rapporto simbiotico - la madre deve avere il padre nella propria testa,
cioè deve considerare il proprio partner in modo molto più significativo
di quello che a volte non succeda: allora il bambino sente che la madre
ammira il padre e dice a se stesso “mamma è di papà ma io diventerò come
lui”.
Intervento (impossibilità a dare spazio nella mente al partner)
Mion - La madre che non riesce a dare uno spazio molto significativo
nella propria mente al partner dovrebbe dare comunque uno spazio
significativo a qualcosa che non sia solo il suo bambino: il lavoro, la
passione, qualcosa che le permetta di non investire simbioticamente sul
figlio, perché questo crea una dipendenza terribile, richiede al bambino
una fatica enorme per non percepirsi come prolungamento della madre e
per realizzare la propria identità.
Intervento
Mion - La madre deve avere presente che il figlio è il prodotto di due
persone, non è solo il suo prolungamento: è questo che interrompe la
simbiosi. C’è un investimento narcisistico - tipico delle madri italiane
nei confronti dei figli maschi (anche i padri ammirano le figlie ma sono
meno avvolgenti) - che, con un termine tecnico possiamo chiamare
fantasmatica di fusionalità. Il termine “fantasma” in psicoanalisi
indica il desiderio inconscio. La madre è portatrice a lungo - finché
non la rielabora e non permette la nascita psicologica del figlio, cioè
non riconosce che il figlio è altro da lei - di questa fantasmatica di
fusionalità, il desiderio di rifondersi con il proprio bambino e la
stessa cosa succede al bambino; perciò è la madre responsabile della
separazione perché il bambino è catturato in questa rete. Lo psicanalisa
Jacques Lacan afferma che se la madre superinveste sul figlio, il
portatore del fallo simbolico, cioè di tutto il potere, diventa lui e
questo povero bambino fa molta fatica a liberarsi di questo
superinvestimento materno. Faccio un altro esempio, riportato dalla
psicanalista Melanie Klein. Freud si è interessato della psicanalisi
infantile attraverso i ricordi dell’adulto, invece Melanie Klein si è
interessata della psicanalisi dei bambini osservando i neonati, partendo
da essi. Secondo la Klein, ognuno di noi al momento della nascita è
portatore di una doppia pulsione, di amore e di aggressività. Freud
parlava di istinto di vita e istinto di morte mentre la Klein parla di
pulsione libidica o d’amore e pulsione destrudica, o di odio, di
distruttività e dice che il bambino fa molta fatica a gestire questa
doppia pulsione perché è come se si chiedesse “Cosa succede se io
veicolo fuori la pulsione di distruttività? Distruggo mia madre e poi
come faccio a sopravvivere? E se la veicolo contro di me? Allora mi
autodistruggo”. E allora cosa fa? Inventa una cosa mirabolante, la
scissione della madre: la madre buona e la madre cattiva. Quella buona è
quella che nutre, che è presente …., quella cattiva è quella che non c’è
quando lui ha bisogno. E per un po’ la Klein dice che le cose
funzionano: quando la mamma viene, quella è la mamma buona; quando non
viene, quella è la mamma cattiva. Ma queste due madri prima o poi
dovranno essere riunite! Melanine Klein dice che il bambino riuscirà a
fare questa operazione quando sopporterà di essere lui ambivalente e
capirà che non esistono due madri, una completamente buona e una
completamente cattiva, ma è lui che ama e odia: Da qui comincia la
crescita psicologica del bambino; ognuno di noi ha fatto questo
percorso, però, nei momenti di difficoltà, noi scindiamo di nuovo il
mondo in una parte completamente buona e una completamente cattiva.
Chiudiamo questa parentesi e vediamo come il bambino riuscirà a
crescere.
Intervento (a che età avviene questa scissione)
Mion - Nel neonato. Non è una cosa intenzionale, consapevole. In
psicanalisi si usano molto queste metafore, non dovete pensare che il
bambino faccia questa operazione a livello di pensiero razionale, la fa
a livello di fantasia inconscia molto profonda. Se la madre è
sufficientemente buona, il bambino è in grado di evolvere, quindi di
superare anche questa fase (che la Klein chiama schizoparanoide) di
scissione del mondo in una parte buona e una cattiva. Cosa significa
“sufficientemente buona”? La madre è sufficientemente buona se non
reciproca la pulsione del bambino, cioè recepisce (quindi non è
indifferente), sente l’attaccamento del bambino o il momento in cui è
pieno di rabbia (quindi è sensibile), rielabora internamente (si fa una
ragione: elaborare significa farsi una ragione) e restituisce,
attenuata, la pulsione. Quand’è che la madre reciproca, invece, una
pulsione d’amore? Quando di fronte a un bambino adorante la risposta
della madre è “certo, tesoro, anche tu sei l’unica ragione della mia
vita, guai se tu non esistessi”; è sufficiente che lo pensi, non lo deve
necessariamente dire. Quand’è che la madre non reciproca? Quando la sua
risposta è “Certo, anch’io ti voglio bene ma tu crescerai e andrai per
la tua strada”. Sentite la differenza? Sentite la vischiosità della
prima dichiarazione e la libertà della seconda? Questa è la chiave, il
non reciprocare. Il reciprocare è tipico delle madri italiane. E non
basta dire una frase per non reciprocare, è necessario sentirlo davvero
questo sentimento! I figli devono percepire che vi state preparando a
non essere più indispensabili e invece la madre italiana vuole contare
sempre! Provate a pensare a come si sente un figlio di 18 anni che dice
“Mamma, ora vado in quella città a fare l’università, mi trovo una
stanza, mi trovo un lavoretto …” E che cosa fa la madre italiana,
soprattutto con un figlio maschio? Va a riempirgli il frigorifero di
cibo, va a prendergli la biancheria da lavare ... Nei paesi del nord
Europa le madri non hanno questo comportamento.
Intervento
Mion - Se la mente della madre è occupata soltanto dal figlio (non sto
dicendo che non deve essere occupata dal figlio ma che questo non deve
essere l’unico pensiero) ovviamente il figlio sente questo
superinvestimento e non riesce a separarsi, ad affermare la propria
individualità. Non voglio assolutamente colpevolizzare nessuno, sto solo
dicendo che questa è la cultura antropologica nella quale stiamo vivendo
ed è giusto che ne siamo consapevoli.
Intervento
Mion - Gli adulti siamo noi, il bambino è dipendente da noi. Non vi sto
dicendo che questa separazione deve avvenire drasticamente! Poiché i
corpi della madre e del bambino alla nascita si dividono e non si
possono ricompenetrare, la madre utilizza quelli che vengono chiamati i
mediatori della fusionalità – lo sguardo, la voce, il dialogo tonico … -
che annullano simbolicamente questa voragine che si è creata tra il suo
corpo e quello del bambino. Questo rassicura il bambino perché sente che
se anche il contatto con la madre non è più come prima della nascita è
come se lo sguardo e la voce annullassero lo spazio che li divide. Però
questi mediatori non devono continuare ad avere sempre la stessa
intensità, devono gradualmente diminuire (anche se la madre continuerà a
parlare amorevolmente al bambino) già nel primo anno di vita; se
permangono con la stessa intensità oppure se vengono interrotti
bruscamente (come poteva succedere una volta con l’ospedalizzazione dei
bambini, quando non veniva permesso alla madre di rimanere in ospedale,
come fortunatamente accade oggi) allora possono sorgere dei piccoli
problemi. Quindi i mediatori, residuo della simbiosi reale del bambino
nell’utero della madre, devono comunque esserci ma affievolirsi un po’
con armonia e gradualità. In caso contrario, come dicono psicologi e
psicanalisti, non avviene la nascita vera, la nascita psicologica del
bambino: fino a 8 mesi circa (i riferimenti temporali che vi sto dando
non sono da prendere assolutamente alla lettera) il bambino è comunque
sempre molto legato simbioticamente alla madre, ma dopo deve cominciare
a nascere la sua identità, quindi deve avere lo spazio per poter essere
diverso da noi; per essere se stesso, deve avere la possibilità di non
vivere simbioticamente. Il rapporto simbiotico non è un rapporto sano
perché non permette all’altro di essere se stesso; non è un rapporto
d’amore, è il pensare al posto dell’altro, essere al posto dell’altro,
decidere al posto dell’altro. Non voglio essere equivocata: è chiaro che
ci deve sempre essere la cura, l’amorevolezza, l’amore, l’attenzione …
ma bisogna anche permettere che l’altro cominci il suo percorso.
Intervento
Mion - Ora entriamo nella tematica dell’identità di genere. Provate a
pensare perché le femmine incominciano prima il loro percorso di
autonomia e costruzione dell’identità. Forse è vero che i maschi fanno
una richiesta più pressante, ma c’è anche una corrispondenza più
pressante: nel rapporto attaccamento/separazione le madri riescono ad
essere meno coinvolgenti con le figlie femmine, che diventano autonome
prima. Ci sarà un motivo! Non so se questa è un’evoluzione naturale
perché oggi noi non siamo in grado di sapere dove finisce la natura e
comincia la cultura. Dopo il periodo in cui c’erano grossissimi
stereotipi rispetto all’identità di genere (es. si pensava che per
natura essere femmine significasse essere pazienti, disponibili,
accettanti, sottomesse … ed essere maschi significasse essere
responsabili, decisi, competitivi….), con l’emancipazione femminile la
donna - volente o nolente - ha cominciato ad uscire di casa e a
confrontarsi sul piano del lavoro e delle competenze. Questo ha messo in
evidenza che anche la donna assume decisioni, responsabilità, si
autorealizza, etc. e allora lo stereotipo ha cominciato a vacillare. La
donna ha tirato fuori quella che puo’ essere considerata la sua parte
maschile (se crediamo che questo sia lo stereotipo naturale); ha
cominciato a chiedere al proprio compagno di modificare la sua modalità
di essere e l’uomo oggi (non tutti) cerca di legittimare la sua parte
tenera, la sua parte più sensibile. I nuovi padri cominciano ad
accettare la loro parte femminile e tenera però - essendo ancora un po’
disorientati - oscillano tra questo comportamento e quello del padre
urlante, devono ancora trovare un equilibrio tra le due modalità. Quindi
gli stereotipi stanno cambiando. Che cosa sta succedendo al maschio se
non ha più il macismo a cui aggrapparsi per essere certo di essere un
vero maschio? Riflettendo sull’adolescenza, è difficile che la ragazzina
si chieda se è una vera femmina, in genere è consapevole di esserlo, ha
un segnale mensile che glielo ricorda. L’adolescente maschio, invece, è
più disorientato perché sente che lo stereotipo vecchio dell’uomo forte,
deciso, a volte quasi violento, non è più accettato a livello sociale,
le ragazze non vogliono saperne; però i maschi adulti non gli hanno
costruito nel tempo un’alternativa, non hanno fatto il lavoro di ricerca
sull’identità maschile, di ricostruzione di un’identità nuova, più
adatta ai tempi. I maschi sono vissuti a lungo di rendita, del fatto che
il patriarcato ha dato loro dei poteri che pensavano di mantenere
eternamente e quindi non hanno sentito il bisogno, come lo hanno sentito
le donne, di ripensare a un’identità diversa. Allora si sono trovati
improvvisamente scoperti ma, di fronte a un maschio un po’ disorientato
e qualche volta spaventato, ci siamo trovate scoperte anche noi donne
perché non siamo riuscite a costruire un percorso parallelo, non ci
siamo rese conto che, realizzando una nostra nuova identità, dovevamo
far crescere anche il nostro compagno; eravamo troppo prese a costruire
le pari opportunità per noi stesse e non ci siamo accorte che lo
lasciavamo ‘indietro’ (non sto dando giudizi di valore, sto dicendo
indietro nel ‘ripensare’, nel ‘modificare il suo assetto’) e nel
rapporto uomo/donna adesso stiamo perdendo gli uni e gli altri. Per es.
la caduta del desiderio maschile - di cui si parla tanto e rispetto alla
quale i sessuologi lanciano un grido di allarme - puo’ avere tante
cause, ma forse potrebbe anche darsi che questa identità femminile più
forte stia spaventando il maschio; potrebbe darsi che noi stiamo
perdendo di vista alcune cose della relazione perché troppo concentrate
sulla nostra autorealizzazione, quasi per riscattare secoli di
sottomissione. La cosa certa, comunque, è che i maschi adulti devono
ripensare alla loro identità per offrire un ancoraggio ai maschi giovani
che non ce l’hanno più.
Intervento
Mion - Non è scritto da nessuna parte che il lavoro di cura debba essere
solo femminile. E’ stato così storicamente ma se educassimo maschi e
femmine alla condivisione, alla corresponsabilità sul progetto di vita,
non ci sarebbe il partner che dice “ti aiuto perché ti vedo affaticata”,
“ti aiuto perché sono buono, ma il lavoro dovrebbe essere fatto da te”:
dietro a queste frasi c’è la convinzione che è la donna destinata alla
doppia presenza (casa e lavoro). Nel momento in cui la donna esce di
casa e lavora dovrebbe esserci la corresponsabilità, altrimenti ci
trasciniamo questo vecchio retaggio che destinate al lavoro di cura sono
le donne (e questa cosa ha tante ripercussioni) per cui il compagno che
abbiamo, se è sensibile, ci da una mano; ma da una mano a noi non al suo
progetto di vita. Questa differenza è fondamentale ed ecco perché
bisognerebbe educare alla cura (non solo in riferimento al lavoro di
cura ma alla cura come attenzione curante) maschi e femmine. Dal punto
di vista dell’educazione familiare noi, anche se a livello razionale
parliamo di pari opportunità, sappiamo che ancora nell’immaginario dei
genitori quando nasce un maschio ci si chiede “chi diventerà?” e quando
nasce una femmina ci si chiede “chi sposerà?”. E questo comporta,
inconsapevolmente, uno spostamento delle cure educative nei confronti
del maschio sull’autorealizzazione. Da questo i maschi non traggono
vantaggi perché viene a decadere tutta l’attenzione alla sfera emotiva e
il maschio cresce con l’idea che lui deve autorealizzarsi arrivando
dritto all’obiettivo e, anche se talvolta si puo’ sentire fragile,
considera le emozioni una zavorra. Quando si parla di un manager si dice
che deve essere freddo, determinato, altrimenti non è efficace;
l’immagine che sta passando è che così devono essere i maschi. Ho fatto
parte del Comitato pari opportunità del Ministero della Pubblica
Istruzione e quindi ho fatto amicizia con numerose donne, anche mie
coetanee, che discutono di queste cose e quando ci troviamo tra di noi
ci facciamo molte confidenze e ci chiediamo anche perché tra noi è
facile arrivare all’intimità, raccontare le nostre emozioni, i nostri
vissuti e invece, quando chiediamo ai nostri compagni - perché vorremmo
anche con loro stabilire questa corrente di intimità - ci accorgiamo che
sono molto bravi a darci spiegazioni razionali, ma non riescono a
guardare a ciò che accade nel loro mondo interno. Di fronte alla domanda
“Che effetto ti fa questa cosa? Cosa ti senti?” la risposta rimane
sempre a livello razionale, è come se riflettere sulle emozioni fosse
per loro contro natura. Questo non dipende dalla natura, dipende dalla
cultura e dall’educazione: per i maschi l’universo emotivo è stato in
buona parte escluso, nessuno li ha legittimati a fare questo tipo di
operazione che è stata considerata più femminile. Quindi siamo cresciute
con l’idea che l’essere introspettive sia una faccenda da donne, mentre
oggi sappiamo che esistono intelligenze diverse che possono essere
coltivate o no. Non esiste solo l’intelligenza logico-matematica o
quella linguistica, esiste anche quella musicale, quella corporea, etc.
ed esiste anche quella emotiva.
……….
interruzione per cambio nastro
……….
Questo tipo di intelligenze più personali - che ci permettono di
comprendere meglio i comportamenti degli altri - vengono sviluppate
maggiormente nelle bambine perché ci rimane ancora, a livello profondo,
l’idea che se noi donne siamo state storicamente destinate al lavoro di
cura, lo possiamo fare meglio se riusciamo a metterci nei panni degli
altri. E lavoro di cura è la cura degli ammalati, degli anziani, dei
figli … Quindi si educano i maschi all’autorealizzazione e le femmine
alla relazione, che poggia sulle intelligenze personali.
Interventi (possibili azioni educative anche della scuola sulla
parità maschi/femmine)
Mion - Non bastano le regole sulla parità maschi/femmine, bisogna
proprio lavorare sulle pari opportunità, per evitare che ci si adegui
senza una reale rielaborazione dei messaggi. L’esempio quotidiano, poi,
ha un peso molto rilevante.
Interventi (sull’educazione all’emotività e alla parità
maschi/femmine e sui modelli
familiari)
Mion - In primo luogo bisogna legittimare le nostre emozioni dentro di
noi, bisogna parlarne, i bambini dovrebbero sentire che delle emozioni
si puo’ parlare e che possono essere varie. E’ utile, quindi, avere a
disposizione una serie di possibilità sulle quali articolare delle
domande, fare in modo che il bambino provi a definire un’emozione ed
avere anche noi chiavi di lettura per osservare e trovare le parole
giuste per aiutare il bambino a riconoscere e definire le proprie
emozioni. Dobbiamo anche parlare delle nostre emozioni perché la prima
cosa da fare è legittimare le emozioni; il bambino deve sentire che
provare emozioni è normale, non è una cosa strana, che anche mamma e
papà possono avere paura e che avevano paura da bambini (es. possono
raccontare che avevano paura anche loro del buio e magari il papà puo’
dire “Ma sai che cosa ho fatto per vincere questa paura? Mi raccontavo
una storia” oppure “Mi cantavo una filastrocca”…). La prima cosa che i
genitori devono fare è trasmettere l’idea che le emozioni - anche se ci
danno disagio e quindi sono le così dette emozioni negative - sono
comunque legittime e sono fatti umani di cui si puo’ parlare. Quando
abbiamo legittimato le emozioni allora possiamo imparare a denominarle e
ad esprimerle ma per prima cosa il bambino deve percepire che l’adulto
non si contrappone a quello che lui sta provando e lo si puo’ fare
dicendo anche una semplice frase “capisco quello che stai provando”
(“capisco che tu sia arrabbiato perché tua sorella ti ha scarabocchiato
il quaderno, anch’io al tuo posto sarei arrabbiato, se mi strisciano la
macchina figurati se non sono arrabbiato”). Quindi le emozioni vanno
legittimate; dopo comincerà il lavoro di denominazione e di distinzione
delle varie sfumature.
Continuando con il ragionamento sulle emozioni, vorrei portare la
riflessione sulle forze oscure che bloccano, cioè sui bambini inibiti,
che vorrebbero riuscire ad assumere la loro parte di protagonismo ma che
non ce la fanno, si sentono bloccati da forze oscure. Questi bambini
soffrono molto e i genitori, anziché spingere verbalmente il bambino a
vincere questa inibizione, dovrebbe riuscire a capire come si sente
altrimenti, se ci limitiamo soltanto a spingere verbalmente, lui sente
sempre di più questa paralisi che non si sa spiegare. Quindi non
dobbiamo chiedere “perché non ti proponi”, “perché non reciti anche tu”,
etc. ma dobbiamo accogliere questa difficoltà del bambino e provare
insieme a lui a programmare un po’ alla volta dei piccoli risultati.
La difficoltà ad allacciare legami saldi e duraturi: anche questa è una
difficoltà che spesso hanno i nostri bambini, vedono magari amicizie che
si intrecciano e loro provano questa difficoltà, si rendono conto che il
loro modo di allacciare amicizie è poco significativo, poco profondo, un
giorno riescono a dare la mano ad un compagno che il giorno dopo se ne
va con un altro e questo provoca loro una sofferenza. E’ importante
riuscire a far esprimere, ad esplicitare questa emozione e dopo cercare
insieme una soluzione.
Adesso vediamo velocemente tutte le sfumature delle emozioni, quanti
modi esistono per chiamare per nome uno stato d’animo.
▪ La paura puo’ avere tante sfumature: ansia, timore, nervosismo,
preoccupazione, apprensione, esitazione, tensione, spavento, terrore; lo
stato patologico è la fobia o il panico.
▪ La rabbia: furia, sdegno, ira, risentimento, esasperazione, fastidio,
irritazione, animosità, indignazione. A proposito dell’indignazione,
secondo me, in giro ce n’è troppo poca, la gente non sa più indignarsi,
è come se ci fossimo abituati a tutto. L’aspetto patologico non è tanto
l’odio quanto la violenza che deriva dall’odio.
▪ La tristezza: pena, dolore, cupezza, malinconia, solitudine,
abbattimento, disperazione. L’aspetto patologico è la grave depressione.
▪ La gioia: felicità, godimento, sollievo, contentezza, divertimento,
gratificazione, soddisfazione, euforia, chiarezza. L’aspetto patologico
è l’entusiasmo maniacale.
Il livello cenestesico delle emozioni naturali è “cosa sentiamo nella
pancia”, il sentire a livello viscerale. Le emozioni di paura, rabbia e
tristezza danno una sensazione più o meno forte di disagio, addirittura
a volte somatizziamo a livello di stomaco e di contrazioni; invece la
gioia dà, a livello cenestesico, una sensazione di piacere.
C’è poi il livello cognitivo, vale a dire ciò che decifriamo
razionalmente rispetto a queste emozioni: se siamo spaventati ci
sentiamo in pericolo (più o meno, con tutte le sfumature che abbiamo
visto), se siamo arrabbiati sentiamo di essere danneggiati da qualcosa e
questa percezione ci attiva come azione individuale e sociale. Se siamo
tristi in genere è perché ci manca qualcosa, abbiamo un senso di
perdita. Se siamo gioiosi ci sentiamo soddisfatti.
L’azione individuale che tendiamo a mettere in atto rispetto
all’emozione è per la paura la fuga, per la rabbia la lotta, per la
tristezza l’elaborazione del lutto (esaminare perché siamo tristi e
farcene una ragione), per la gioia il mantenimento della situazione.
Voglio spostare l’attenzione sull’azione sociale, vale e dire su che
tipo di richiesta facciamo agli altri quando siamo in preda a queste
emozioni: se siamo spaventati chiediamo aiuto, rassicurazione, è questa
l’azione sociale adeguata; se siamo arrabbiati perché qualcuno ci ha
danneggiato chiediamo un cambiamento (come minimo diciamo “smettila
perché questo mi danneggia”).
Ora vorrei fare una riflessione sulle emozioni in relazione
all’identità di genere.
Che cosa accade al maschio quando si trova ad essere in contatto con la
paura e la dimostra e la reazione degli adulti (magari del padre) è di
preoccupazione e si esprime con frasi del tipo “Non sarai mica una
femminuccia!” oppure “Tu non sei una femminuccia, non devi aver paura!”.
Questo stereotipo c’è ancora: anche se noi a livello razionale lo
rifiutiamo sapendo che non deve esistere, il contesto culturale e
antropologico continuano a mandare questo messaggio. Una ricerca sulle
emozioni - che le divide in emozioni naturali, fondamentali per ognuno
di noi, ed emozioni parassite – mette in evidenza che talvolta il
maschio, se sente intorno a sé che la paura è vissuta come emozione da
rifiutare, si mette in contatto con un’altra emozione (perché l’emozione
è come un’energia che ci prende e quasi ci offusca e la paura non se ne
va semplicemente perché qualcuno dice “Non devi aver paura”), cambia di
segno, e facilmente la paura viene mutata in rabbia. In questo modo il
bambino ottiene due effetti: che papà è meno preoccupato, perché un
maschio arrabbiato è più virile di un maschio spaventato e lui si sente
meglio perché la rabbia gli dà una sensazione diversa dalla paura: la
paura è come se lo mettesse in una situazione senza scampo, la rabbia,
invece, gli dà quasi la possibilità di sfogarsi. Questo maschio che più
volte trasforma la paura in rabbia non riesce più, crescendo, a provare
l’emozione naturale perché viene condizionata sul nascere. Questo
maschio, quando diventerà adulto e magari si troverà, nel rapporto di
coppia, ad avere paura di essere abbandonato (la paura di essere
abbandonati ci riguarda tutti, fin da quando siamo bambini) ma non sarà
più in contatto con l’emozione naturale perché è scivolato da sempre
nella rabbia, che tipo di richiesta farà alla sua compagna? Non le
chiederà “Rassicurami, dimmi che non mi lasci”, cioè non le farà la
richiesta adeguata all’emozione naturale ma farà una richiesta che alla
compagna sembrerà quasi senza senso (costante scontentezza, lamentele su
come lei fa le cose, continue richieste di cambiamento …) perché, non
venendo mai rassicurato rispetto al suo bisogno profondo, è in preda
alla rabbia. Questo compagno, costantemente insoddisfatto perché
spaventato, finirà per essere abbandonato veramente perché una donna non
ce la fa a sopportare un uomo così. Ma che cosa fa quest’uomo che non è
riuscito mai a comunicare la sua emozione profonda (la paura) e che
viene abbandonato? Qualche volta (per fortuna non sempre!) puo’ arrivare
anche ad esiti terribili: la sua rabbia, l’impotenza e la paura insieme
possono produrre un corto circuito e una tragedia finale. Questo per
farvi capire come è importante che ogni soggetto rimanga in contatto con
le sue emozioni naturali e impari a fare la richiesta adeguata
all’emozione naturale.
La bambina (oggi un po’ meno ma ancora succede), quando è arrabbiata
perché qualcuno la danneggia, si mette a strepitare e a urlare ma nel
contesto socio-culturale una bambina che urla e strepita non piace molto
(cosa tollerata, invece per un maschio), dà un’immagine di sé ritenuta,
più o meno esplicitamente, poco appropriata. Allora la bambina cosa
impara? Invece di restare in contatto con la rabbia sana (perché essere
arrabbiati quando veniamo danneggiati è un’emozione sana) puo’
facilmente scivolare nella tristezza. Perché? Perché la prima volta che
il suo rammarico è diventato un pianto silenzioso non ha visto più facce
disgustate: una bambina che piange silenziosamente è molto femminile. Ma
quando la bambina sarà cresciuta e, sentendosi danneggiata, non riuscirà
a restare in contatto con la rabbia sana per chiedere a chi la danneggia
di modificare il suo comportamento (es. “Io non ce la faccio più da sola
a lavorare e gestire la casa, devi cambiare.”) scivolerà facilmente
nella depressione. Molte delle depressioni femminili sono rabbie non
espresse, tant’è vero che le strategie terapeutiche per far uscire le
donne da questa situazione sono proprio quelle di far tirare fuori la
rabbia inespressa. Anche in questo caso vediamo che le emozioni naturali
sono sane perché permettono una richiesta sociale adeguata, ma se
cambiamo di segno all’emozione la richiesta che andiamo a fare è
inadeguata. Cosa si troverà la donna triste, che invece è arrabbiata? Si
troverà un compagno che le dice “Ma perché sei così triste, in fondo
abbiamo due bei bambini, abbiamo finito di pagare il mutuo della casa,
potremmo essere tranquilli e contenti ….” Così la donna triste, che
invece in realtà è arrabbiata, si sentirà anche in colpa. La tristezza è
vissuta come una richiesta di amore e il compagno puo’ rassicurarla
rispetto all’amore ma non è questa la risposta che si aspetta una donna
che è depressa perché non ha espresso la sua rabbia.
Questo per sottolineare che nell’educazione dei bambini le emozioni
naturali sono fondamentali per la crescita armonica della persona.
Intervento (ipotesi che ci sia in ogni famiglia un’emozione tabù, nel
suo caso la paura)
Mion - All’interno di ogni famiglia ci puo’ essere un modo particolare
di vivere le emozioni, a prescindere anche dai sessi. E’ importante che,
crescendo, si possa diventare consapevoli di questo tabù e che quindi
poi non venga riapplicato con i figli, perché inibire un’emozione
comporta un grande disorientamento.
Interventi (come favorire il clima per far affiorare le emozioni e se
è normale che in adolescenza le emozioni siano portate all’eccesso)
Mion - Vi consiglio di leggere I nuovi adolescenti, di Gustavo
Pietropolli Charmet, che parla proprio delle emozioni degli adolescenti
soffermandosi in particolare sull’emozione dell’adolescente tipo che
vuole vendicarsi dei genitori, non perché li stia odiando ma perché
quello di separarsi affettivamente dai genitori, dimostrando che sono
inadeguati, è un modo per emanciparsi dal nido rassicurante
dell’infanzia. I ragazzi cominciano a dar segni di insofferenza verso i
13 o 14 anni.
Rispetto alle emozioni abbiamo tipologie diverse di genitori: genitori
noncuranti (che ignorano o sottovalutano le emozioni negative o positive
dei figli), genitori censori (che criticano, deridono o puniscono per le
manifestazioni emotive), genitori lassisti (che accettano le emozioni
dei figli ma non sanno fare da guida). E allora qual è il bravo
genitore? I genitori non devono sentirsi troppo in colpa se le loro
risposte non sono sempre adeguatissime, l’importante è sapere come
comportarsi nei momenti veramente cruciali. L’educazione emotiva e il
dialogo sono importanti per aiutare i ragazzi ad essere in contatto con
se stessi perché la cosa preoccupante è che ad un certo punto, se uno
non è più in contatto con se stesso, cerca altrove qualcosa: si
autoanestetizza o cerca l’anestesia in altre cose.
Ma prima di tutto dobbiamo imparare noi a rimanere in contatto con noi
stessi, ossia ad accogliere le nostre emozioni, cercare di capirle e non
fuggire (il nostro modo di adulti di fuggire dal nostro mondo interno è
rappresentato quasi sempre dall’iperattività). La migliore educazione
emotiva per i figli parte dalla nostra capacità di sostare dentro di noi
(= so stare, saper stare dentro di noi; dopo sapremo anche dialogare),
dentro la nostra umanità, senza ritenersi né inferiori né superiori agli
altri. Dobbiamo riuscire ad accettarci come siamo, senza rincorrere idee
di perfezione e onnipotenza e senza deprimerci pensando di non farcela,
però avendo anche alcune conoscenze e competenze. Se il genitore sa
essere così sa anche trasmettere ai bambini questo modo di essere e la
sensazione di contare per qualcuno: quando il genitore accetta
‘l’appuntamento intimo con il bambino’ riuscendo a cogliere l’ occasione
di parlare delle sue emozioni e di quelle del bambino, in quel momento
entrambi sentono di contare, di essere importanti gli uni per gli altri.
Occorre impegnare tempo ed energie per mete ritenute importanti, per
arrivare alla convinzione che la vita è qualcosa che vale la pena di
scegliere per sé e per gli altri: il messaggio che deve passare, al di
là della paura o della rabbia, è comunque un messaggio di positività.
Quando ho parlato del vuoto dei giovani ho anche detto che non sanno più
dare un senso alla vita: in questo allenamento emotivo del genitore che
parla delle sue emozioni e accoglie quelle del figlio passa proprio un
messaggio di positività. Provate a ripensare alle volte che siete
riusciti a stabilire un legame affettivo profondo (con un’amica, con un
amico…. ) in cui sono passate delle confidenze: al di là del contenuto
delle confidenze, quale sensazione avete riportato? Una sensazione di
positività rispetto alla vita, all’amicizia, ai sentimenti …, qualcosa
che vi ha riempito. Questo è importante, più importante di arrivare a
chissà quali risultati nel lavoro o a quale successo, ma questo passa
soprattutto attraverso l’intimità emotiva. Questa parte di noi è
fondamentale ma noi spesso la trascuriamo perché oggi a livello sociale
contano il successo immediato, la produttività e l’efficienza, tutti
aspetti che svalutano la sfera dei sentimenti e delle emozioni e noi -
anche se ci affermiamo e arriviamo a possedere molto denaro - siamo
sempre insoddisfatti, sentiamo che ci manca qualcosa che ha più
significato, ci manca il senso dell’esistenza. Io sono convinta che
entrare in relazione con gli altri a livello delle nostre emozioni e dei
nostri sentimenti sia una cosa che appaga molto di più, ma bisogna
imparare ad insegnarla facendo prima questo lavoro su di noi e
diventando consapevoli delle emozioni dei figli attraverso questo
processo di allenamento emotivo. Allora riusciremo a percepire quando i
figli hanno qualche preoccupazione e potremo mettere in atto
un’attenzione curante per osservare, capire, collegare e riconoscere
un’emozione.
Tutto questo richiede, però, un ascolto vero, non l’ascolto distratto
mentre stiamo facendo un’altra cosa, ma l’ascolto in cui siamo soltanto
noi e lui/lei, un momento di intimità in cui abbiamo disattivato tutte
le distrazioni che possono venire dall’ambiente, fuori dalla frenesia
del vivere. Un momento magico è quando i bambini vanno a letto e noi
andiamo a salutarli, quello è un momento in cui anche le loro difese si
attenuano e sono più disponibili a parlare. Però non dobbiamo avere in
mente la soap opera che ci aspetta, la tribuna elettorale, etc., perché
il bambino sente che non siamo lì completamente per lui. Non dico che
dobbiamo farlo ogni sera ma nel momento in cui abbiamo deciso di
accettare questo appuntamento significativo col nostro bambino
nient’altro ci deve distrarre.
Intervento (paura da parte del bambino di scoprire le proprie
emozioni)
Mion - Dobbiamo chiederci perché ha paura. Probabilmente perché
percepisce che è minaccioso, in quel contesto, mettersi a nudo. E perchè
è minaccioso? Che cosa è successo altre volte in cui qualcun altro si è
messo a nudo? Bisogna riflettere su queste cose perché il bambino
decodifica messaggi anche impliciti, anche nei rapporti di coppia. C’è
una differenza tra i due sessi perché a livello di contesto culturale
l’emozione non è un tabù per le femmine, mentre lo puo’ essere per i
maschi.
Intervento
Mion - Bisogna ascoltare con empatia e convalidare i sentimenti del
bambino, ma dobbiamo distinguere bene l’empatia dall’identificazione.
C’è il rischio che avvenga una identificazione, quindi una simbiosi,
quando il genitore, attraverso il figlio, si prende cura della propria
parte bambina: alcuni genitori, inconsapevolmente, desiderano un figlio
quasi per riparare le mancanze che hanno subìto da bambini, per
riparare, attraverso il figlio, la loro parte bambina ferita o
trascurata. In questi casi è forte il rischio della simbiosi perché,
attraverso il bambino, il genitore si prende cura di se stesso e non
riconosce i bisogni autentici del figlio confondendoli con i propri. Non
è facile capire! Ma è giusto che qualche volta vi chiediate: ma questo è
il bisogno vero di mio figlio o è quello che io penso?
Intervento (sull’uso di un “persecutore esterno”, mettere la colpa
all’esterno)
Mion - Noi evitiamo di focalizzare la nostra responsabilità rispetto ad
altri e cerchiamo un persecutore esterno perché stiamo difendendo noi
stessi e quindi non siamo in grado di analizzare puntualmente quello che
sta accadendo.
……….
interruzione per cambio nastro
……..
Intervento
Mion - Empatia è sentire quello che il figlio sta provando ma la vera
empatia non arriva all’identificazione. Vi faccio l’esempio di un adulto
che va a consolare un amico che ha provato un lutto: l’empatia si
esprime nel sentire quello che l’altro sta provando ma nel riuscire a
contenere il suo dolore. Se ci identifichiamo mettendoci a piangere e
andando in pezzi insieme a lui, noi non stiamo contenendo, stiamo
soffrendo perché ci immedesimiamo nel suo dolore (pensiamo che poteva
capitare a noi …, a quella volta che ci è capitato …), ossia non siamo
più in un rapporto di empatia, che ci permette di sentire quello che
l’altro prova ma anche di mantenere un minimo distacco per contenere il
suo dolore; ci identifichiamo, soffriamo insieme a lui ma stiamo
soffrendo per noi. Questa è la simbiosi, è l’identificazione. La vera
empatia permette un minimo di distacco, altrimenti a cosa serviamo se
consolando un amico andiamo in pezzi insieme a lui? Noi dobbiamo restare
integri se vogliamo dare un contenimento al suo dolore. Empatia è il
sentire senza identificarci.
Attraverso un ascolto empatico possiamo aiutare il bambino a trovare le
parole giuste che definiscono le emozioni che sta provando: “Vuoi dire,
forse, che senti questa cosa? E’ questo che stai provando? O forse è una
sfumatura un po’ diversa? Prova a dire con le tue parole”. Possiamo
anche provare a dare qualche suggerimento, lasciando però lo spazio
perché il bambino possa anche dire “No, non è proprio così”. I bambini
sono molto bravi ad usare analogie, sono loro che dicono “E’ come quella
volta …” e portano l’esempio. Mentre sta esplorando le strategie per
risolvere il problema in questione, il genitore deve anche porre dei
limiti. Questo è fondamentale perché porre dei limiti significa dare una
regola: se il bambino è arrabbiato perché gli è successo qualcosa (es.
un compagno gli ha fatto un dispetto), il genitore deve poter dire “So
che sei arrabbiato e vorresti fare questo, vorresti fare quello …., ma
questo non si fa, vediamo insieme come possiamo fare, come possiamo far
capire che lo sgarbo che hai ricevuto ti ha fatto soffrire e non
vorresti che questa cosa si ripetesse”. Non dobbiamo dare soluzioni ma
esplorare insieme le possibilità, perché stiamo trasformando un’emozione
in un problema da risolvere. Il bambino ha avuto la possibilità di
parlare della sua emozione e insieme lo abbiamo aiutato a definirne la
sfumatura (sei risentito o preoccupato? sei irritato o innervosito?
vediamo come si puo’ chiamare il sentimento che stai provando): in
questo modo l’energia dell’emozione diminuisce e la testa si libera, il
ragionamento diventa più lucido e, parlando, l’emozione puo’ essere
trasformata in un problema da risolvere; dobbiamo anche dire che questa
soluzione potrebbe essere verificata non come effettiva ma come un
tentativo che non raggiunge l’effetto desiderato e che quindi puo’ darsi
che si debbano ricercare altre soluzioni. In questo modo un coacervo si
emozioni che non sappiamo denominare e che rappresentano un disagio si
trasformano un’emozione definita, poi in un problema, in una possibile
soluzione, in una verifica delle conseguenze di quella soluzione ed
eventualmente nella ricerca di un’altra soluzione. Saremo in grado di
fare questo con i nostri bambini se abbiamo provato un po’ a farlo su di
noi, quindi se abbiamo accolto le nostre emozioni, senza scrollarcele di
dosso perché ci danno fastidio, ci rubano tempo, ci zavorrano. Nella
misura in cui noi riusciamo a capire ciò che si agita nel nostro mondo
interno, riusciremo anche ad accompagnare i nostri figli.
Intervento
Mion - E’ l’assunzione di responsabilità che evita l’identificazione,
equivale a dirsi “Ora ho questo compito”, è come un input che fa
acquistare più equilibrio e più serietà. Se rimaniamo a livello di
empatia rischiamo lo sconfinamento nell’identificazione. Io ricordo che
la prima volta che ho condotto un gruppo di formazione psico-motoria si
è verificato una specie di click: ho visto davanti a me tutte queste
persone e l’assunzione di responsabilità rispetto alla loro formazione
mi ha dato quella lucidità, quella modalità di assunzione del ruolo, che
precedentemente non pensavo potesse succedere. Quindi avviene questa
assunzione del ruolo, è un distacco utile a impedire l’identificazione:
ti senti responsabile dell’altro e non puoi identificarti perché
l’essere responsabile ti mette in una situazione asimmetrica, non sullo
stesso piano, automaticamente ti dà il ruolo diverso, che è il ruolo
educativo. Se rimaniamo sul piano paritario, in contatto con le stesse
emozioni (es. voglio fare l’amica di mia figlia …) allora c’è
l’identificazione.
Vorrei dire qualcosa della responsabilità, perché un’altra
caratteristica della deriva è proprio la deresponsabilizzazione. Qualche
tempo fa, forse lo ricordate, è successo che un ragazzo di 16 anni,
guidando l’automobile (quindi senza patente) ha investito un bambino di
cinque anni provocandone la morte. L madre di questo ragazzo, durante
un’intervista, ha detto che in fondo guidare senza patente è stata una
ragazzata, che ognuno di noi ha avuto 16 anni ed ha fatto qualche
ragazzata. Voi sapete che siamo passati storicamente da un’idea della
responsabilità riferita alle intenzioni (che è un concetto di matrice
religiosa, che significa “Se io non ho intenzione di fare del male non
ne sono responsabile”) a un’idea di responsabilità sociale che invece
non guarda solo alle intenzioni ma alle conseguenze delle nostre azioni.
E’ di questa responsabilità che noi dobbiamo fare il perno
nell’educazione dei figli, dobbiamo educarli a capire che siamo
responsabili delle conseguenze delle nostre azioni. E’ prevedibile che,
guidando senza patente, possa succedere qualcosa quindi chi lo fa è
responsabile di quello che succederà, delle conseguenze delle sue
azioni. Oggi le famiglie non sempre educano a questo e poi ci stupiamo
che i ragazzini rimangano adolescenti in eterno! I ragazzi fanno fatica
ad assumere la responsabilità perché agiamo al posto loro, decidiamo per
loro e siamo ambivalenti perché a parole li spingiamo a crescere ma il
messaggio implicito che mandiamo è, invece, diverso.
Intervento
Mion - La donna ha sempre portato avanti la parte affettiva e la parte
normativa della genitorialità. Nel periodo in cui i padri erano assenti,
la donna si attivava per coinvolgere il proprio partner (il padre che la
sera tornava a casa dal lavoro) nel ruolo di sanzionatore, ma durante il
giorno ha sempre coniugato il ruolo normativo con quello affettivo. A
mio parere, quindi, come i padri stanno imparando dalle madri la cura
dei piccoli, potrebbero imparare dalle madri anche il ruolo di guida. Ma
le donne hanno sempre sopportato la frustrazione di dire NO, quindi sono
diventate forti in questo e sanno bilanciare il ruolo affettivo e quello
normativo. I padri non hanno ancora imparato questo, stanno solo
assaporando, finalmente, la parte piacevole, gratificante, corporea,
ludica del ruolo paterno; accanto a questo, però, devono imparare anche
a sopportare la frustrazione di non accontentare sempre i figli. E’ un
processo lento e il punto fondamentale è che devono riconoscere i loro
limiti, accettare di mettersi in discussione riconoscendo le loro
inadeguatezze; ma questo per un maschio è difficile perché, in relazione
allo stereotipo maschile, equivale ad un indebolimento dell’identità.
Nel momento in cui riescono a farlo hanno si apre loro un orizzonte
vasto, anche di apprendimento.
Esaminiamo ora come si forma l’identità sessuale. Erickson dice
che l’acquisizione di un’identità, sia sociale che psicologica, è un
processo complesso che comporta un rapporto positivo di inclusione e un
rapporto negativo di esclusione. La costruzione dell’identità sessuale
comporta l’identificazione col genitore dello stesso sesso e la
differenziazione con il genitore dell’altro sesso, quindi è un processo
che ha bisogno della relazione con i due generi. Questo dovrebbe farci
riflettere rispetto alla femminilizzazione del ruolo a scuola, dove
sentiamo molto la mancanza dei docenti maschi proprio per la costruzione
dell’identità. Quindi che i padri si facciano coinvolgere è importante e
ineludibile, deve avvenire, ma non puo’ avvenire per imposizione e
sarebbe importante che anche la scuola si arricchisse di insegnanti
maschi.
Adesso esaminiamo la difficoltà della formazione dell’identità maschile.
Prima dicevo che la ragazza preadolescente e adolescente potrebbe anche
chiedersi se è abbastanza femminile però è difficile che si chieda se è
una vera donna, è più facile che sia il maschio a chiedersi se è un vero
uomo. Perché accade questo? Noi sappiamo che la moderna embriologia ha
portato a scoprire che l’embrione per 5 o 6 settimane è
indifferentemente femminile (XX), anche se è programmato per diventare
poi maschile, per essere XY. Successivamente, se l’embrione è
programmato per diventare maschio, si produce l’ormone del testosterone
che trasforma le gonadi (le ghiandole sessuali embrionali) facendole
diventare testicoli anziché ovaie. Questo fatto non è ininfluente
rispetto alla costruzione dell’identità: è come se il binario della
femminilità fosse dritto e quello della mascolinità comportasse una
deviazione. Elisabeth Badinter dice che il maschio che nasce è comunque
impregnato di una forma femminile perché nasce da un grembo femminile, è
accolto da una voce femminile, da un corpo femminile … e finché non
capisce che è altro dall’identità sessuale della madre il maschio è
impregnato di femminilità. Poi incomincia a differenziarsi (“Non devo
essere come lei”) ma è diverso dire “Io sono” dal dire “Non devo essere
come …”, in questo caso è come se l’identità si costruisse nel negare
qualcosa. Ecco perché succede facilmente che anche noi, cercando di far
capire quql è l’identità maschile, diciamo al bambino “Tu non sei una
femminuccia, devi essere altro”. La Badinter dice che fin dal
concepimento l’embrione maschile lotta per non essere femminile. Per
afefrmare la sua identità maschile, dovrà convincersi e convincere gli
altri a tre riprese: di non essere una femminuccia, di non essere un
bebé (ossia di non essere piccolo, infantile; quante volte parlando con
le amiche del nostro partner diciamo che è infantile, che non è
cresciuto!), di non essere un omosessuale. Quindi l’identità maschile è
molto più difficile da costruire di quella femminile e, avendo tolto
(giustamente, ma dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze) lo
stereotipo del macismo senza che i maschi adulti abbiano costruito nel
tempo un’identità diversa da offrire ai maschi giovani, oggi loro sono
più disorientati. E’ per questo che invito sempre gli uomini a fare una
ricerca su di loro, sulla loro identità. E’ stata una donna, E.
Badinter, che per prima, ventinove anni fa, si è interrogata
sull’identità maschile; ora ci sono anche testi sull’identità maschile
scritti da uomini (Ballabio e altri) ma si tratta, comunque di studiosi.
Io però, al di là dei ricercatori e degli studiosi, vorrei vedere gli
uomini (come abbiamo fatto noi donne per i nostri percorsi) interrogarsi
sulla propria identità, riflettere, offrire aiuto ai giovani maschi per
evitare che possa accadere, come talvolta accade, che per sentirsi veri
maschi debbano stuprare in branco. Se i giovani maschi sono alla ricerca
di un’identità a che cosa si aggrappano per potersi riconoscere come
veri maschi? Perché questo problema esiste.
Intervento
Mion - Lei ha toccato un tasto interessante: insieme ai figli cresciamo
anche noi. Andrea Canevaro la chiama “co-educazione”, come succede con
gli insegnanti: non apprendono solo i bambini, apprendiamo anche noi
insieme a loro, cresciamo insieme.
Interventi
Mion - Le donne devono cercare di contagiare i propri compagni, di
coinvolgerli, di portarli con loro in questo processo, di far loro
notare le cose che notano, qualche volta anche di scuoterli. E devono
anche invogliarli alla riflessione perché tutti i discorsi fatti finora
poggiano su una autoriflessione e sul piacere del pensare, di pensare
profondamente. Questo io lo dico sempre anche agli insegnanti: non
dovete trasmettere solo la conoscenza ma anche il piacere della
conoscenza, il piacere di pensare. Per fortuna il pensare porta con sé
una sensazione di piacere nel riuscire a scavare, a connettere …
E’necessario uscire dalla strettoia del valore economico: noi siamo
troppo pervasi da un rapporto di economia anche con il sapere e con la
scuola, dall’utilitarismo (ti serve per …); invece dobbiamo cogliere
anche la relazione estetica con il sapere, il piacere di sapere. Io
credo che anche i padri dovrebbero essere coinvolti in questa
riflessione (che ha anche una dimensione di piacere), perché loro, a
livello di stereotipo maschile, sono troppo proiettati acriticamente
verso la dimensione utilitaristica e verso la spinta sociale ritenendo
che cio’ che conta sono il successo e il denaro. Non è che il denaro e
il successo non debbano contare affatto ma bisogna anche capire che,
oltre alla dimensione utilitaristica, ci sono altre cose importanti.
Bisogna cercare di coinvolgerli senza rimproverarli e senza accarezzare
la delega. La richiesta “Pensiamoci insieme”, che significa anche
“aiutami a pensare”, è una cosa che stimola il maschio.
Intervento (fa riferimento al diverso comportamento empatico che i
genitori possono mettere in atto nei confronti dei figli e alla tendenza
ad evitare il conflitto)
Mion - Anche quello di pensare che i genitori provano esattamente gli
stessi sentimenti per tutti i figli è un tabù. Non è vero ed è molto
onesto, mentalmente, accettarlo ed ammetterlo, perché solo così si
possono rivedere equamente e ridistribuire l’affetto, l’attenzione, la
cura.
Per evitare il conflitto si scivola nel rapporto simmetrico e si fugge.
Qui apriamo un altro capitolo: cosa pensiamo oggi del conflitto? Un
tempo si pensava che il conflitto fosse da evitare, provocare un
conflitto significava fallire; oggi, invece, c’è un’ottica positiva del
conflitto (inteso come disaccordo, non come scontro) perché attraverso
il disaccordo si cresce. Io dicevo sempre ai miei insegnanti - quando è
stata introdotta la riforma della scuola elementare e siamo passati da
una cultura individualistica dell’insegnante unico ad una cultura del
gruppo - che soltanto in un team composto da docenti che la pensano in
modo diverso la loro professionalità cresce, perché è il confronto che
la fa crescere e la parzialità del punto di vista è fondamentale come
consapevolezza della complessità: se il mio punto di vista è parziale io
posso arricchire le mie vedute dando spazio al tuo punto di vista perché
vedi cose che non vedo io. I bambini che hanno migliore possibilità di
un progetto formativo adeguato sono quelli che hanno un team composto da
insegnanti che provengono da un’ottica tradizionale (per i quali ciò che
conta sono le abilità di base) e insegnanti con un’ottica più avanzata
(per i quali ciò che conta è riuscire a problematizzare la realtà)
perché i bambini hanno bisogno di questo e di quello e da queste ottiche
diverse si costruisce un progetto più ricco. Naturalmente, bisogna che
gli insegnanti nel team diano valore al punto di vista diverso. Quindi
il conflitto cognitivo è utile perché offre occasione di confronto e di
mediazione e deve essere visto come un’occasione per crescere insieme ai
figli, non come una cosa che ci spaventa. Ma il conflitto ci spaventa -
e quindi lo evitiamo - se abbiamo poca solidità di ruolo, se ci sentiamo
come foglie al vento. Ecco perché è importante riflettere sul ruolo
genitoriale. Oggi non sono più sufficienti le poche cose che sapevano i
nostri genitori perché gli urti della cultura della complessità sono
enormi e il problema di guidare i figli nella costruzione di un’identità
solida (ma non rigida) e coesa (che non vada in pezzi sotto gli urti
della postmodernità) è fondamentale e noi non sappiamo farlo perché,
essendo cresciuti alla cultura della linearità e trovandoci a far fronte
alla cultura della complessità, siamo noi stessi un prodotto
controverso. Quindi dobbiamo riflettere per educare, non sono
sufficienti le conoscenze che ci hanno trasmesso gli altri, dobbiamo
reinterrogarci continuamente; per questo sono importanti le situazioni
in cui i genitori si possono confrontare, costruire il capitale sociale.
Intervento
Mion - Le aspettative da censurare sono quelle eccessive, non sono le
aspettative positive. Quello di cui lei parlava esiste e si chiama
effetto Pigmalione: le aspettative che abbiamo nei confronti dei nostri
allievi, positive o negative che siano, sono predizioni che si avverano,
nel senso che se noi ci aspettiamo che gli allievi siano in un
determinato modo (particolarmente portati, intelligenti, etc.), senza
renderci conto, proprio attraverso il linguaggio del corpo (sguardo,
cenni del capo …), distribuiamo dei microrinforzi positivi che
migliorano il senso di autostima ed autoefficacia dei ragazzi. Queste
sono le aspettative positive che il genitore deve portare avanti, che si
esprimono con frasi come “ho fiducia in te”, “credo in te”, “so che ce
la farai”, naturalmente riferite a certi valori. Se io vi chiedessi che
cosa è per voi una bella persona che cosa mi rispondereste?
Risposte - Sensibile, interessante, che non giudica, chiara, trasparente
….
Mion - Ecco queste sono aspettative positive, rispettose dell’identità,
delle affinità, delle attitudini, che non vanno a configgere con la
personalità dell’altro. Se mi aspetto che mio figlio sia il migliore
della classe questa è un’aspettativa eccessiva, se mi aspetto che sia
competitivo, che primeggi, etc., queste sono aspettative pesanti e sono
le aspettative del mio narcisismo non soddisfatto perché se io sono una
persona realizzata non ho bisogno di realizzarmi attraverso il figlio.
Intervento
Mion - E’ normale avere aspettative però dobbiamo chiederci quali sono.
Aspettative eccessive nei confronti dei figli deprimono perché essere
sempre alla loro altezza è una fatica bestiale, tant’è vero che ad un
certo momento i ragazzi possono dire “basta così”, si possono arrendere.
Una volta ho condotto un gruppo di terapia di cui faceva parte un
giovane di trentaquattro anni che, in modo molto emotivo, ha detto “Io
ricordo ancora, me la porto impressa dentro, la faccia delusa di mio
padre quando facevo le medie e non portavo il voto che si aspettava. Non
mi faceva scenate, sarebbe stato meglio, ma la sua faccia delusa!”.
Sopportare la delusione dei genitori rispetto alle loro aspettative è
molto pesante e doloroso per i figli e segna la personalità. Possiamo
sorreggerli quando sbagliano o quando un compito va male e quindi
incoraggiarli (e possiamo anche rimproverarli se non hanno studiato) ma
non dobbiamo far pesare la delusione rispetto alle nostre aspettative:
la delusione deve essere trasformata nel problema di cosa possiamo fare
per aiutarli a superare lo scacco subìto. Semmai il problema sorge
quando non si tratta di uno scacco, quando invece non hanno più
interessi, hanno dato ormai forfait, hanno disinvestito dalla scuola.
Intervento
Mion - Non dovete usare l’ironia perché altrimenti il figlio sente di
essere deriso.
……….
interruzione per cambio nastro
……….
Intervento
Mion - L’aspettativa dei genitori puo’ essere percepita anche se non è
esplicita, è sufficiente che il ragazzo senta l’ammirazione nei
confronti di qualcuno che si è affermato in un campo o in un altro,
l’ammirazione che lui vorrebbe per sé. Questo non significa che dobbiamo
stare sempre zitti ma che qualche volta venga espressa anche
l’ammirazione nei confronti di qualche persona che non è competitiva,
che non vuole primeggiare ma che ha tante altre qualità.
Prosegue intervento (chiede se va bene, per l’autostima del figlio, che
un genitore non abbia
aspettative troppo elevate in relazione ai suoi risultati scolastici)
Mion - Gli studi sull’autostima dicono che i ragazzi dovrebbero
mantenere una buona autostima sociale (sentirsi considerati dagli amici,
in famiglia, a scuola) quanto basta. Quindi per costruire l’autostima è
sufficiente essere bravi a scuola quanto basta. Se poi uno si autospinge
a voler primeggiare in quel caso possono sorgere dei problemi perché è
difficile essere sempre i primi. Provate a pensare a quante energie
occorre spendere per essere sempre i primi e a quante energie negative
vengono spese per desiderare che gli altri non lo siano! Pensare di
valere solo primeggiando sempre comporta una bella fatica, un bel
concerto di emozioni (invidia, rabbia, autoesaltazione …) e il rischio
di frustrazioni perché non si puo’ primeggiare sempre. A volte i
genitori dichiarano “Non mi importa che tu sia il più bravo” ma traspare
che invece apprezzano chi lo è e i bambini percepiscono bene questa
incoerenza.
Intervento
Mion - Io in genere dico agli insegnanti di evitare di far le gare
perché si sostituisce quella che prima chiamavo motivazione intrinseca
(desiderio di essere competente) col desiderio di sbaragliare gli altri,
che è una motivazione estrinseca. C’è una scuola di pensiero che ritiene
da preferire la cooperazione alla competitività.
Intervento (lamenta che nella scuola media gli insegnanti dicono
spesso “Fai bene ma potresti fare di più.”)
Mion - Questo potrebbe anche avere la valenza di incoraggiamento, non di
svalutazione del risultato ottenuto e quindi potrebbe essere positivo,
dipende dal clima più o meno sereno e gratificante che si crea nella
classe (perché quello competitivo non è un clima sociale positivo, è un
clima ansiogeno). Nelle riunioni, comunque, si puo’ tranquillamente
chiedere agli insegnanti per quali motivi mandano ai ragazzi certi
messaggi. Alcune ricerche sui rapporti scuola/famiglia evidenziano che
le aspettative della famiglia e quelle della scuola coincidono. Allora
per quale motivo poi non c’è una comunicazione serena e corretta e c’è
invece una difesa che passa attraverso il giudizio reciproco? Se
chiediamo agli insegnanti loro dichiarano di avere un’aspettativa di
rapporti collaborativi, cooperativi, non giudicanti con la famiglia e
viceversa. Allora cos’è che non funziona, perché ad un certo momento
sentiamo che ci sono degli attriti? Bisognerebbe che riuscissimo
veramente a parlarci un po’ di più in modo meno difensivo perché il
giudicare l’altra istituzione è una modalità difensiva, è il persecutore
esterno di cui abbiamo parlato precedentemente.
Intervento (dubbio sul rischio di creare dei disadattati educando
alla non competitività)
Mion - Questo è un problema grosso e in questi incontri viene sempre
fuori qualcuno che dice “Ma la società è competitiva …”. Se siamo
conformisti e già diamo per scontato che la società è individualista,
indifferente, premia chi sgomita di più, ma che ormai l’andazzo è questo
e non lo possiamo contrastare, allora perché ci troviamo qui a
riflettere su come educare i nostri figli? E’ sufficiente seguire
l’onda!
Ma se noi consideriamo disvalori l’indifferenza, la furbizia, la
competitività, la prepotenza, etc. e vogliamo interrogarci sui valori
che possiamo trasmettere attraverso l’educazione io credo che sia
fondamentale che scuola e famiglia pongano la riflessione pedagogica al
di sopra di tutto. Questi disvalori sono molto impregnanti e noi
dobbiamo creare nei figli gli anticorpi se vogliamo che non ‘prendano’
anche loro, il che non significa creare dei disadattati perché chi sa
cooperare sa portare avanti le competenze richieste anche dal mondo del
lavoro (condividere, saper lavorare in gruppo, …). Le ricerche
dimostrano che la motivazione forte a cooperare resiste molto di più
della motivazione a competere, che si esaurisce quando si primeggia; la
cooperazione rende responsabili nei confronti del lavoro e riattiva
anche la motivazione negli altri, quindi i risultati di una buona
cooperazione sono migliori di quelli della competizione.
Intervento (le bugie dei bambini)
Mion - E’ necessario distinguere tra bugie e bugie. Ci sono bugie che un
bambino dice per presentarsi meglio agli altri, sono quelle che il
bambino racconta, in genere, ai pari, dicendo che lui ha questo, ha
quello, è un modo di farsi accettare. Però rappresentano una spia: se il
vostro bambino ha bisogno di infiorettarsi per essere accolto dagli
altri bisogna forse che proviate a fargli un discorso valido su che
cos’è una bella persona, se riguarda l’avere o l’essere.
Ci sono bambini che raccontano bugie che stanno ad indicare quella che
gli adulti chiamano mania di grandezza, ossia la voglia di enfatizzare
la loro immagine. E’ una spia di qualcosa, evidentemente il bambino ha
bisogno di sentirsi apprezzato per quello che è, ha bisogno di sentire
che la gerarchia dei valori in famiglia non è quella dell’avere
sull’essere, i bambini ascoltano quando noi parliamo all’interno della
coppia e capiscono qual è la nostra gerarchia di valori, quindi si
adeguano.
Poi ci sono le bugie dette per paura, per evitare una punizione. In
questo caso dobbiamo chiederci che cosa accade quando rileviamo una
mancanza da parte dei bambini, che atteggiamento abbiamo nei confronti
dell’errore, come ammettiamo noi di sbagliare, con quanta reticenza o
con quanta disinvoltura possiamo ammettere di avere sbagliato anche nei
loro confronti, se il nostro atteggiamento nei confronti degli errori è
troppo autoritario o troppo permissivo. Anche l’eccessiva permissività
non è positiva per il bambino e non è una cosa che gli piace, lo porta a
pensare di non contare niente se è indifferente che si comporti in un
modo o in un altro. Quando andavo nelle classi di quinta elementare a
fare delle assemblee con i bambini, io coglievo delle capacità di fare
critiche estremamente significative: le promesse non mantenute (anche di
piccoli castighi) sono valutate malissimo dai ragazzini. L’adulto non
puo’ essere ondivago e il suo atteggiamento nei confronti di determinati
comportamenti deve essere di rigore morale. Qui dovremmo aprire un
fronte vastissimo ma non possiamo farlo ora perché non puo’ essere
trattato in breve tempo.
Intervento (bambina che si impossessa di oggetti di altri)
Mion - E’ un problema un po’ spinoso però, secondo me, gli insegnanti,
dovrebbero assumersi la responsabilità di affrontarlo con i genitori,
sapendo che potrebbero avere una reazione di diniego. Naturalmente in
queste situazioni è importante lo stile del docente: non giudicare ma
dire “Mettiamoci insieme ad aiutare questa bambina”. Una bambina che si
comporta così lancia un S.O.S. alla comunità educante, è una richiesta
di aiuto; è fondamentale non giudicare né il genitore né la bambina.
NOTA
(1) Gli interventi dei partecipanti non sono stati trascritti per
difetto di registrazione ma gli argomenti si possono evincere dalle
risposte della relatrice.
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BIBLIOGRAFIA
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